“Natale”

di Daniele Guelfi

Anche per quel giorno la delusione era stata grande, insopportabile. Aveva girato tutti gli uffici, chiesto ai negozi se avessero bisogno di un paio di braccia, per qualunque lavoro. Lo ripeteva come un ritornello, fino all’ossessione. Qualsiasi lavoro, pur di guadagnare qualche spicciolo da portare a casa. Ogni volta che il pensiero tornava alla casa, alla famiglia, alla donna che l’aspettava ogni sera, vicino alla finestra, con in collo il bambino, sentiva una stretta al cuore. Il mio bambino, si ripeteva, per farsi coraggio nell’insistere ad umiliarsi nel questuare qualche soldo, pur di non tornare a mani vuote.

Non era stato sempre così, anzi.

Una laurea in ingegneria, voluta sia dal padre quanto imposta dall’ambiente in cui era nato e cresciuto. Famiglia della buona borghesia, senza grossi problemi. Frequentazioni ricercate, buone maniere e tanta educazione.

Le vacanze. Un paio di mesi, tutti gli anni. Montagna e mare. Ottime pensioni oppure ospiti dal dottor Pinco o il ragionier Pallino. A rendere, presso la casa di campagna. Papà ci teneva a mantenere rapporti a un certo livello.

La gita in Oriente. Il ritorno dopo tre lunghissimi mesi, in manette.

A nulla era valsa la sua strenua difesa, la ripetizione della sua innocenza. Le Autorità locali avevano stabilito che quel pacchetto di polvere bianca, trovato nel trolley, fosse suo, soltanto suo.

Fortuna volle che, i buoni uffici dell’Ambasciata, lo salvarono dalla massima pena.

Aspettava un ritorno atteso con ansia dalla famiglia, gli amici, l’ambiente di lavoro. Una festa.

Sull’aereo messo a disposizione dal Ministero degli Esteri, immaginava la festa. Gli pareva di sentire l’abbraccio del padre, le lacrime di mamma, le strette di mano degli amici, accorsi ad attenderlo.

Che grande, la libertà! Ne parlava con i due agenti che l’accompagnavano. Due bravi ragazzi, desiderosi, come lui, di rientrare in Italia. Un viaggio di andata e ritorno, nell’arco di tre giorni, era una fatica a cui rinunciare volentieri. Magra consolazione, i cinquanta euro di trasferta e la vista di una serie di risaie. Da cinquemila metri.

Toccata terra, si rese subito conto che l’aeroporto non era quello della sua città.

Ad attenderlo due poliziotti che, subito, gli misero un paio di manette. Inutile chiedere il motivo.

La risposta era sempre: ordini superiori.

Come un criminale, fu trascinato al posto di polizia dell’aeroporto. Un funzionario, gli rivolse le domande, ossessive, fattegli laggiù, a cui rispose nell’identica maniera.

Al mattino gli fu ridata la valigia, col foglio di via e l’obbligo di presentarsi in Questura, per certificare l’arrivo.

Non aveva un centesimo. Uno degli agenti gli volle dare un biglietto da dieci. L’accettò, promettendo di restituirlo non appena giunto a casa.

Al telefono nessuno rispose. Provò più volte e, quando stava per abbandonare, udì la voce della Irma, la domestica. Strana, tremante, timorosa.

Si scusava, dicendo di avere l’ordine di non rispondere a nessuno. Tanto meno a lui.

Incontrò la ragazza in Questura. Aveva l’obbligo della firma. Una faccenda di cui preferiva non parlare. Gli parve una brava persona. Malgrado. Cosa poteva aver fatto di così grave?

Sono innocente! esclamò lui con enfasi. Mi hanno incastrato per una faccenda di droga, ed ora eccomi qui, solo, abbandonato da tutti e licenziato. Peggio di così?

Si può, rispose lei. Te l’assicuro. Anch’io ho vissuto, una faccenda analoga. La differenza è che, sapendo chi m’ha tirato il bidone, l’ho denunciato. Risultato: m’hanno condannata per possesso di droga, falsa testimonianza ed altre tre o quattro imputazioni. Fosse finita lì. Quel fetente mi ha anche riempita di botte, e zitta!

Bella giustizia!

Se sei senza casa, puoi venire da me. Non è un granché, ma non ci piove. Il giorno, finché mi vorranno, vado a fare compagnia ad una signora che soffre di un grave esaurimento nervoso. Pare dovuto ad una faccenda familiare. Duecento euro a settimana, al nero. A volte trecento, quando la signora riesce a convincere il marito che, in verità, a volte sembra più rintronato della moglie.

Era passato un anno. La misera liquidazione della ditta, presso cui lavorava da pochi mesi, era sfumata in un amen. Ora si trovava ospite di una ragazza che, a sua volta, guadagnava il minimo indispensabile per gestire se stessa.

Le disse che non poteva restare. Sarebbe andato via entro la settimana. Non era giusto continuare così, vivendo alle sue spalle.

Lei gli rispose di non preoccuparsi. Avrebbe trovato un lavoro ed era contenta se rimaneva. Aveva parlato di lui alla signora, che aveva informato il marito. Era solo una questione di tempo.

Quella mattina presero il tram. Giunti in centro, vollero fare il resto della strada a piedi. Serviva a restare in forma e… a risparmiare i soldi del biglietto.

Man mano che avanzavano, fu preso da una strana inquietudine. Il quartiere era il suo. Fino a quel giorno là non vi aveva messo più piede, dopo la telefonata con la Irma. Ed ora, rieccolo su quei marciapiedi che l’avevano visto fanciullo, adulto, rispettato.

Lo disse a lei, sottovoce, quasi fosse un segreto inconfessabile. Voleva tornare indietro, andarsene all’altro lato della città, a cercare quel lavoro che gli avrebbe ridato una piccola porzione di dignità.

Tranquillo. Non ci pensare più al passato. Se quei bravi signori ci aiutano, finiranno i nostri problemi.

La seguì fin davanti alla casa. La mamma, seduta su una carrozzella, spinta dalla Irma, lo guardò stupita. Un grido e svenne.

Il padre uscito di casa, richiamato dalle grida, vide la moglie accasciata e la badante che cercava di risvegliarla.

Poi vide lui, che le stava vicino, ed associò la situazione.

Una imprecazione, un urlo e uno schiaffo alla ragazza, che cadde a terra, terrorizzata e incapace di comprenderne il motivo.

Fu un attimo. Si volse verso il padre e gli sferrò un pugno, un terribile pugno, che lo fece stramazzare.

Si allontanarono, consapevoli che la vicenda avrebbe avuto un seguito molto triste, per loro.

Anche quella sera il ritorno a casa era carico di tristezza. Aveva racimolato una decina di euro, quanto bastava per garantire il latte al bambino e un pezzo di pane per la compagna. In queste occasioni le giurava di aver mangiato un panino, oppure della frutta, o trovava qualche altra scusa a cui lei fingeva di credere.

Era pronto per ripetere la sceneggiata. L’importante era avere la moneta per la dose abbondante di latte e i biscotti per il bimbo. Fortuna l’aiuto della S. Vincenzo.

Camminava, cercando di ripararsi dalle folate gelide della tramontana. Aveva lasciato le strade illuminate e si stava addentrando in quelle buie e fangose della periferia.

Quando lo vide barcollare, appoggiarsi al palo della fermata d’autobus e poi piegarsi fino a toccare terra, corse verso il vecchio per aiutarlo a rialzarsi.

Con fatica lo rimise in piedi, attento che non cadesse, nuovamente. Era un tipo strano, vestito col costume di Babbo Natale, ma la barba, bianchissima, sembrava naturale.

Pensò che si fosse addobbato così, per raccattare qualche soldo.

Un filo di voce, per ringraziare e per chiedere un pezzo di pane.

Per grazia di Dio, ripeteva, ho fame, fame.

Senti, amico, non ho che questi. Ma non te li posso dare tutti, mi servono per il latte del mio bambino. Ecco due euro. Bastano per comprare del pane. Pazienta, non posso fare di più.

Giunse alla casa, con la gioia di poter abbracciare le due persone per cui aveva deciso di continuare a vivere, ma con la solita insoddisfazione per la giornata inconcludente.

Si meravigliò per non averla veduta dietro i vetri, col bimbo in braccio, come al solito. Restò meravigliato anche per lo sfolgorio che traspariva dalle povere tendine della finestra. Aprì la porta con una certa trepidazione.

Il bambino dormiva tranquillo, in una carrozzina mai vista. La compagna, sorridente, sedeva con le braccia aperte, per accoglierlo.

Sulla tavola apparecchiata c’erano due vassoi, da cui usciva un profumo di buon cibo.

Ristette, meravigliato e senza parole. Lei, lo fece sedere, iniziando a parlare.

Cercavo di addormentare il bambino, circa due ore fa, quando hanno bussato alla porta. Apro e mi trovo davanti, abbastanza spaventata, un tizio barbuto, vestito da Babbo Natale. L’abito rosso e tutto il resto, Babbo Natale, in persona o che fosse qualcuno che si era messo d’accordo con te, per farci una sorpresa. E infatti me lo ha confermato proprio lui. Mi ha detto di averti incontrato e pregato di portare qui tutto questo bendiddio! Per quel che mi ha detto è tutta roba fornitagli da te. Ero confusa e me ne stavo lì, col bimbo in collo, senza aprire bocca. Lo guardavo entrare ed uscire, scaricando sul tavolo tutto quello che vedi. Poi, tranquillo come era arrivato è riandato, ma dicendo che la cosa non finiva lì. E mille auguri. E’ sparito, lasciandomi in piedi in mezzo alla stanza. Son corsa alla finestra, ma non ho visto nessuno. Né di qua e né di là. Mi siedo a rimirare quella grazia di Dio, pensando a cosa ti avrei raccontato, quando sento di nuovo bussare. Apro e mi trovo davanti un tale che dice essere della Prefettura. Lo faccio entrare e sedere al tavolo. Mi chiede notizie di te. I dati anagrafici, che controllava nelle sue carte. La cosa mi ha spaventato. Ho pensato che tornasse a galla lo scontro con tuo padre, forse una denuncia in viaggio. Ho avuto tanta paura, stordita. E’ stato in questa fase di stordimento che ho sentito la notizia. Leggila, su quel foglio. Mi son messa a piangere.

Il due gennaio, si presentò al capo del personale. Vide il suo ufficio. Seduto al suo tavolo di lavoro, gli furono spiegati i suoi compiti. Gli auguri di buon lavoro e lo lasciarono con gli occhi pieni di lacrime. Qualche minuto di emozione e si pose ad ispezionare il locale. Girando lo sguardo verso la finestra, l’avrebbe giurato, vide una strana figura. Un costume rosso, una barba bianca, un largo sorriso. Corse ad affacciarsi. Incontrò lo sguardo del capo del personale che, sorridente, gli augurò buon lavoro.

***

Torna alla Silloge #RaccontiDiNATALE – Seconda Edizione – Anno 2021 per leggere altre opere ed altri autori.

Natale – Daniele Guelfi – (#RaccontiDiNATALE – Seconda Edizione)
“Natale”
Tags:     

Un pensiero su ““Natale”

  • Gennaio 5, 2022 alle 11:07 am
    Permalink

    Quando il Natale ti assale all’improvviso come un colpo di fortuna inaspettato ❤
    Un bel racconto, molto attuale.

    Rispondi

Rispondi a Daniela C. Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: