“La bambina con la vestaglia bianca”

di Dylan Moriarty (Mirko Piccinini)

Mi chiamo Connor Bradbury, sono un giornalista freelance e collaboro con il Times Union, il giornale locale più importante di Albany, la città dove sono nato e dove vivo tutt’ora. La storia di cronaca che vi sto per raccontare ha davvero dell’incredibile, ma spero che qualcuno riuscirà a credermi.

Ieri mi sono lasciato convincere dal mio vicino di stanza a partecipare a una ridicola festa in maschera che tutti gli inquilini dello stabile avevano organizzato nell’attico. Quella parte del palazzo è stato adibito a salone per le feste. La festa, tra l’altro, è finita anche male, perché a un certo punto c’è stato un principio d’incendio e sono arrivati addirittura i vigili del fuoco per sedare le fiamme che avevano già cominciato ad attecchire su parte del tendaggio che circonda la sala.

La parte più divertente della festa è stata il vedere tutti quegli idioti lungo le scale, vestiti chi da Cleopatra e chi da Thor, che chiamavano a casa per avvertire che stavano bene nonostante il grosso spavento subìto.

L’americano medio è allarmista già di suo, ma penso che i livelli massimi si tocchino proprio qui, in queste cittadine anonime come Albany, dove non succede mai niente e dove ogni cosa diventa un evento.

La parte terrificante è legata invece a quello che è successo durante il party.

Ho notato, tra tutti gli adulti, una strana bambina con una vestaglia bianca che si aggirava per la sala confusa. Lì per lì ho pensato fosse qualche nanetta travestita da bambina, perché Jacob, il mio vicino di stanza, aveva detto che alla festa non sarebbero stati ammessi bambini. L’organizzatore aveva detto che sarebbe scorso alcool a fiumi e che quindi sarebbe stato meglio non portare i propri figli con sé.

Così mi sono avvicinato per vederla meglio in faccia e ho scoperto con tutta certezza che si trattava veramente di una bambina.

Era bionda come un angioletto e aveva due occhi azzurri come i laghi del Minnesota. Continuava a tirare le vesti e i mantelli di tutti gli invitati per far loro delle domande. Nel fragore della musica, però, non si faceva che gridare e ridere, e nessuno sembrava darle ascolto. Chiunque incontrasse sul proprio cammino continuava a ballare e a divertirsi fregandosene di lei.

Più la bambina continuava con le domande e più si agitava nello scoprire che nessuno le dava le risposte che cercava. Alla fine è entrata un po’ nel panico e ha cominciato a piangere. Avrá avuto all’incirca sei anni e mi sembrava molto agitata, così ho deciso di inginocchiarmi e darle conforto facendole qualche domanda all’orecchio.

– Hey, piccola, dimmi… cosa c’è che non vaaa? Dimmelo anche tu all’orecchio, perché con la musica alta non riesco a sentirtiii. –

– Dove sono mamma e papààà? –

– Non lo sooo. Come si chiamano mamma e papààà? –

– Si chiamano Christopher Mc Neil e Ashley Garreeett –

– Non li conosco, mi dispiaceee. Però ti assicuro che andremo a cercarliii. Stai tranquilla, sono sicuramente qui da qualche parte, dove vuoi che siano andatiii? Che vestito hannooo? –

– Comeee? –

Strillai ancora più forte per farmi sentire meglio.

– Come sono vestitiii? Da cosa si sono travestitiii? –

– Da SuperMan e Wonder Womaaan. –

– Ah, ma allora certo che li ho vistiii. Li ho incrociati proprio un minuto faaa. Ti porto io, vuoiii? Basta però che adesso mi fai un sorrisooo. –

– Ok! –

– Allora questo sorriso dov’èèè? Me lo fai un bel sorrisoneee? –

La bambina ha annuito e quando l’ho guardata negli occhi ha spalancato la bocca e ha mostrato tutti i suoi ventotto candidi denti in un meraviglioso sorriso.

Poi è arrivato Jacob, sbronzo come una liceale in vacanza a Cancún, e mi ha sradicato di forza per andare a fare la foto di gruppo con gli altri. Io ho cercato di vincere la sua forza perché avevo paura di perdere di vista la bambina. Sono tornato indietro e ho preso Sarah in braccio. Mi aveva detto di chiamarsi così. Abbiamo fatto la foto tutti assieme e poi ognuno ha dato il suo telefonino all’amico per portarsi a casa il souvenir della serata. Io ho fatto altrettanto con Jacob e durante il cambio di posa per una delle mille foto che stavamo scattando con i cellulari di ciascuno, nel guardarmi intorno, ho scorto i due genitori di Sarah che stavano qualche metro più in là in una posa in cui entrambi mostravano i super muscoli di stoffa.

– Eccoli là. Ecco mamma e papà, Sarah. Guarda… –

Appena li ha scorti, Sarah si è divincolata, è scesa dalle mie braccia ed è corsa da loro ad abbracciarli. Missione compiuta.

Sono andato tutto soddisfatto verso il tavolo delle bevande per versarmi un drink e da quel momento in poi non ho più incrociato Sarah per tutta la serata. Per quanto domandassi a tutti, nessuno sembrava averla mai vista. Eppure lei aveva rotto le scatole a chiunque, tirando tutti per le vesti. Per quanto domandassi, però, la risposta era sempre la stessa:

– No… mai vista in vita mia. –

Ho incontrato di nuovo i genitori e così ho chiesto loro dove fosse finita la figlia, ma con tutta la naturalezza del mondo hanno risposto che non era lì con loro.

La faccenda ha cominciato ad agitarmi un po’, perché da quel momento ho capito che in tutta quella faccenda c’era qualcosa che non andava.

Ho preso il cellulare per guardare la foto di gruppo che aveva scattato Jacob col mio telefonino ma, riguardandola, c’ero solo io che sorridevo con le braccia a formare un semicerchio come se fossi intento a stringere solo aria intorno a me. Sarah non c’era più e ormai non esisteva più nessuna prova che poteva dimostrare che fosse esistita veramente.

Tornato nella mia stanza mi sono girato e rigirato nel letto senza riuscire a prendere sonno.

Quando è sopraggiunta l’alba ho deciso di accendere finalmente il computer per cercare di sedare l’insaziabile curiosità che mi spinge tutti i giorni alla continua ricerca di articoli per il giornale.

Così ho digitato la chiave CHRISTOPHER Mc NEIL assieme ad ASHLEY GARRETT per vedere se su Google ci potesse essere qualche cosa che li legasse assieme.

Mi aspettavo, con un pizzico di buona sorte, di trovare qualcosa che li riguardasse e invece, se possibile, sono stato addirittura più fortunato, perché sono riuscito a trovare l’azienda dove tutti e due lavoravano. I due gestivano insieme un asilo nido non lontano da dove abito io, in fondo alla Lincoln Avenue.

Una volta arrivato all’indirizzo esatto, ho suonato e suonato senza che però nessuno mi venisse ad aprire. Dopo un po’ mi sono arreso e me ne sono andato. Poco prima di andarmene però, guardando oltre le tende del primo piano di quella villa solitaria, mi è sembrato di scorgere la chioma bionda di una ragazzina del tutto somigliante a Sarah. Un secondo dopo le tende si sono chiuse davanti a lei, ma ho avuto la sensazione che non fossero state le sue mani a manovrarle.

Ho capito che stavo per scoprire qualcosa di grosso, ma terrificante al tempo stesso.

Sono tornato a casa con l’intenzione di trovare qualche articolo che parlasse in qualche modo di quella casa, ma poco dopo essere entrato nel palazzo, ho incrociato tanti inquilini mascherati che salivano su per le scale.

L’ultimo che ho incontrato, proprio poco prima di inserire la chiave nella serratura, è stato Jacob.

– Hey, Connor, non vieni alla festa? –

– Quale festa? –

– La festa in maschera su nell’attico. –

– Un’altra? Ma se ci siamo stati ieri… –

– Qui, tutti i giorni c’è la festa in maschera su nell’attico. Tutti i giorni alla stessa ora. –

– Ma che senso ha? –

– È per commemorare la tragedia. –

– Ma di che tragedia vai parlando? Sei già fumato? –

– Connor… la tragedia. Ma te lo devo spiegare ogni giorno? Il party, le tende che prendono fuoco, l’incendio, il tetto che crolla. Abbiamo fatto la fine del sorcio, amico. Le porte hanno preso fuoco per prime, poi si sono schiacciate sotto al peso del tetto e noi con loro. Siamo rimasti schiacciati là sotto, amico. –

– Ma che diavolo stai dicendo? Sono arrivati i vigili del fuoco, siamo usciti. Mi ricordo la gente per le scale che telefonava… –

– No, Connor, non si è salvato nessuno di quelli lì. Quelli che vedi ogni giorno alla festa sono tutti morti. Il fatto di vederli fuori per le scale a telefonare fa parte della dimensione in cui siamo. Qui ogni giorno riviviamo la festa, ma il finale cambia. Usciamo e chiamiamo i nostri cari. Quello, in realtà, è un modo per metterci in contatto con loro. Li cerchiamo nei loro sogni, nella speranza di un ultimo abbraccio. Alcune volte ci si riesce e molte altre no. È per questo motivo che quando si è in vita capita di tanto in tanto di sognare qualcuno che non c’è più e di sentire il sogno come molto realistico. Dipende dall’intensità con la quale la persona che non c’è più riesce a pensarti. –

– Ma che cazzo mi stai dicendo, che sono morto? E l’appartamento? Il computer? Il lavoro al Times Union? E questo qui allora? Cosa mi dici di questo telefonino? Qui dentro ci sono tutti gli articoli che scrivo ogni giorno per il giornale. –

– Connor… Connor… Connor… adesso smettila di agitarti, ti prego. Tu non facevi il giornalista. Facevi il custode nel museo di storia naturale. In questa dimensione ognuno diventa quello che ha sempre sognato di essere nella vita terrena. Anch’io qui sono un pilota di linea mentre prima ero un commesso di Burger King. Non cambia niente, Connor. È come se continuassimo a vivere. Solo che tutte le cose che vogliamo si realizzano sempre. Cambiamo tutti i finali sbagliati che hanno fatto parte del nostro vissuto. E quando ci troviamo di nuovo di fronte a tutti i bivi che abbiamo incontrato nella vita, scegliamo sempre la strada giusta. –

– Dimensioni? Bivi? Ognuno diventa quello che ha sempre sognato di essere? Burger King? Burger King, cazzooo? Cos’è un fottuto incubo quaaa? –

– Connor… Diamine, sempre la stessa storia. Possibile ogni volta ci debba mettere mezz’ora per convincerti? Dannazione, dobbiamo andare alla festa. Faremo tardi… –

– Ecco. Ecco, bravo… la festa. Spiegami un po’ di quella bambina. È morta anche lei? –

– Ma quale bambina? Non c’erano bambini alla festa. Non erano ammessi i bambini. –

– E invece c’era una bambina, ti dico. L’ho portata io stesso dai genitori. Il padre e la madre erano quelli vestiti da SuperMan e Wonder Woman. –

– Ma sì, quelli lì ci sono, li vedo tutte le sere. Ma la bambina no, Connor. Lascia che ti spieghi… A volte può succedere che capiti, a chi è rimasto sulla terra, di pensare mentre si sta sognando talmente tanto e intensamente a qualcuno che non c’è più, da riuscire a raggiungerci fino a qui. Ma è una cosa rarissima. A quella bambina devono mancare immensamente il papà e la mamma. Ecco spiegato come c’è riuscita… o almeno credo. E comunque noi non riusciamo mai a vederli, è una cosa impossibile. –

– E invece io l’ho vista, cazzo. L’ho vista eccome. Perché? –

– Perché, Connor… tu non sei come noi. Non me lo so ancora spiegare ma, vedi… tu non riesci ancora a rassegnarti a quello che ti è successo. Ogni giorno fai fatica a credere a quello che succede qui. –

– Già. Perché questa roba sarebbe facile da accettare, vero? –

– Per tutti noi sì, ma per te non lo so cosa capita. Credo succeda perché tu sei… credo tu sia… tu sia… tu sia… –

Poi la sua voce va in dissolvenza, e assieme a lei sbiadisce anche Jacob.

– Ha aperto gli occhi. Svelti… chiamate il primario. –

– Professor Coleman, prestooo. Vengaaa. Qui alla 217. Il paziente ha aperto gli occhiii. –

– Eccomi, sono qui. Da quanto tempo? Lasciatemi passare, svelti. Hey, ragazzo… mi senti? Puoi sentirmi? –

– Ha visto, professore? Ha annuito. È tornato cosciente. –

– Ragazzo, sai dirmi il tuo nome? –

– Co… Connor. Connor Bradbury. –

– Benone. E dimmi… quanti anni hai? –

– Ventisette… –

– E dove lavori? Ti ricordi che lavoro fai? –

– Sono un giornalista freelance… –

– È ancora un po’ confuso, professore. –

– Sì. È una cosa del tutto normale che non riesca a ricordarsi tutto. È già tanto che si ricordi il suo nome e quanti anni ha. Chiamate i genitori, svelti. Dobbiamo dar loro la bella notizia. –

– Professore, ma questo è un miracolo… –

– Non lo so. Ma se non è un miracolo ci si avvicina molto. –

***

DUE MESI DOPO

LA BAMBINA CON LA VESTAGLIA BIANCA

MI CHIAMO CONNOR BRADBURY, SONO UN GIORNALISTA FREELANCE E COLLABORO CON IL TIMES UNION, IL GIORNALE LOCALE PIÙ IMPORTANTE DI ALBANY, LA CITTÀ DOVE SONO NATO E DOVE VIVO TUTT’ORA.

LA STORIA DI CRONACA CHE VI STO PER RACCONTARE HA DAVVERO DELL’INCREDIBILE…

***

Se vuoi leggere altri componimenti relativi a questa Silloge, clicca sul link: Silloge #Ombra

La bambina con la vestaglia bianca – Dylan Moriarty (Mirko Piccinini) – (Concorso Letterario #Ombra) – Lettera32 il Blog
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