“Ombra”

di Dario Giardi

Vedo epidemie, catastrofi naturali, navi affondate, città distrutte, terribili animali selvatici,
carestia, mancanza di amore negli uomini e paura, montagne intere di paura
Jung “Libro rosso“

Roma, Agosto 2002

Nel pigro scorrere delle lancette, mi capita di pensare a ciò che vorrei dimenticare: che sono, nella migliore delle ipotesi, un ricordo di me stesso, nella peggiore, uno spettro sbiadito dal tempo.

Rivolgo lo sguardo verso l’orlo freddo del mondo e lì la vedo, sempre al mio fianco. Si chiama Ombra ed abita il mio cuore fin da quando, pochi mesi fa, Angela ha deciso di trafiggere il mio organo troppo sensibile e impreparato alla vita e all’amore.

Ombra appare sempre quando mi sento triste. Improvvisamente triste. Come in questo momento. Ripercorro i ricordi della mia partenza verso Milano, per seguire quello che pensavo fosse un sogno d’amore condiviso. Quando i miei pezzi sono riusciti a salire sul treno per tornare, non credevo che Roma, la mia città, fosse capace di ricucire le ferite. È caldo e al sole bruciano ancora, ma almeno non sento più sgorgare il sangue dove ho immerso tanti sogni. Là fuori, nel candido gonfiarsi delle nuvole, le rondini saltano fuori dalle forme ovattate e i gabbiani, appollaiati lungo il Tevere, restano immobili, ubriachi di sonno e incapaci di sognare il mare seppur non lontano. Un intero ciclo vitale va avanti inconsapevole di essere osservato dai miei occhi stanchi.

Cos’è stato a rendermi simile ai gabbiani? Cos’è che mi ha reso tanto immobile, insoddisfatto, inabile alla felicità. Cos’è che ha dato forma a Ombra?

Ho scelto di darle questo nome perché Lei non è altro che l’ombra di vita che ho perso, da quando ho visto con i miei occhi il tradimento dell’amore che pensavo avrebbe incorniciato la mia esistenza. Ombra posso vederla sempre, riflessa negli specchi, quando la mia immagine non combacia perfettamente con la forma dei pensieri, quando i battiti del cuore ferito non si sincronizzano perfettamente con il ritmo del respiro. La vedo nei vetri delle finestre, incapaci ormai di afferrare il mio riflesso. Avverto, con la coda dell’occhio, la sua presenza e la mancanza lancinante di quell’amore ritenuto irripetibile. Ombra è lì, guarda attraverso i miei occhi. Vorrei fare qualcosa, prendere qualche iniziativa… ma non riesco. Rimango impietrito e lo stesso fa Lei. D’altronde cosa dovrebbe dirmi?

Cosa dice una statua a colui che l’ha creata? Grazie? Grazie per avermi creato e imprigionato in un’immagine statica, sempre uguale?

No, non ha senso che voglia dirmi qualcosa. Così rimaniamo muti. Io e Lei. In questo silenzio i contorni di ciò che sono stato diventano giorno dopo giorno sempre più sfocati.

Eppure so che soltanto il ragazzo che ero un tempo, prima che Ombra emergesse, prima che Angela mi tradisse, soltanto Lui potrebbe aiutarmi. Ma faccio tanta fatica a ricercarlo, come se stessi sfogliando un album di foto ingiallite, rosicchiate dal tempo e dalla vita.

Ricordo il modo in cui i miei occhi si sgranarono quando la vidi la prima volta, il modo in cui la sua bocca, non adusa alla risata, aveva formato un ghigno asimmetrico; il modo in cui Ombra si trattenne – le spalle curve, la testa piegata all’indietro, in estasi. Odorava di terra e minerali, di polvere e cenere e non ha mai perso quell’odore.

Forse è vero che le delusioni d’amore risvegliano demoni sepolti nel nostro animo o forse, semplicemente, ne creano dal dolore.

Ombra non è diversa dagli stereotipi che si vedono in tanti film horror se non per un particolare: sono stato io a concedergli di emergere ed esistere.

Oggi non voglio lasciare che la tristezza abbia il sopravvento e dia forza a Ombra. Voglio provare a ripartire e per farlo, per uscire dal tunnel in cui io stesso mi sono rinchiuso, devo abbracciare la luce.

Ho letto una cosa molto interessante.

Tutto il cambiamento deve iniziare nell’individuo stesso. Nessuno può permettersi di guardarsi intorno e aspettare che gli altri facciano per noi ciò che è nostra responsabilità”, ha scritto Jung. Pertanto, abbiamo due possibilità: diventare vittime delle circostanze o andare oltre le avversità per sviluppare un nuovo livello di autoconoscenza.

Integrare l’Ombra significa accettare di essere chi si è, nel male e nel bene, e fare la pace con certe parti di noi che non ci piacciono; prima riconoscerle e capirle, poi assimilarle.

Ci riuscirò?

Roma, Febbraio 2022

Ho ritrovato per caso, dentro un libro, i pensieri di un tratto di vita. Sono trascorsi anni, ma mi sono commosso nel rileggere certi miei stati emotivi. La cosa più strana è successa, però, pochi secondi dopo che ho riposto lo scritto nelle pagine del libro, proprio dove l’avevo ritrovato. Mi sono avvicinato alla scrivania, ho acceso il computer e su Facebook ho letto la possibilità di partecipare a un concorso letterario con un tema perfettamente calzante con l’esperienza di vita appena ripercorsa grazie a quello scritto: le ombre che albergano la nostra anima, gli schemi scelti o imposti ai quali il nostro cuore ha disubbidito o ubbidito.

Ho pensato per tanti anni che, nel mio caso, la ferità nel cuore mi fosse stata imposta. Come considerare d’altronde il tradimento della persona amata se non una pena inflitta contro ogni volere? Ci ho messo tempo per capire e maturare la consapevolezza, invece, che non siamo mai completamente né vittime né carnefici. Le ombre, d’altronde, si formano perché c’è luce. Prendono vita se un oggetto blocca la luce che gli viene direttamente incontro, facendo passare tutt’attorno a sè la luce; una parte di questa viene riflessa, mentre un’altra parte viene assorbita dall’oggetto. Dentro di noi vivono luci e ombre. Fanno parte di ciò che siamo, di ciò che non vogliamo essere e di quello che potremmo essere. Rappresentano la lotta tra quello che riconosciamo, che evitiamo, che ammettiamo e che ignoriamo o non vogliamo vedere. E in questo piccolo, ma impegnativo, equilibrio cerchiamo di trascorrere le nostre giornate senza che nessuna delle parti domini la nostra vita.

Dopo essere stato tradito ho dato spazio e corpo a Ombra. Credo di aver contribuito a far nascere io stesso altre ombre in altre persone, ferendole con i miei comportamenti.

Quando le avversità bussano alla nostra porta, di solito capovolgono il nostro mondo. L’imprevedibilità ci colpisce ulteriormente, facendo vacillare il nostro equilibrio mentale. In un batter d’occhio possiamo ritrovarci senza appigli. Le avversità possono privarci dei punti cardinali che fino a quel momento non solo davano un senso alla nostra vita, ma ci indicavano anche, approssimativamente, come comportarci. In queste circostanze, tutto diventa più difficile. E in quello stato che oscilla tra lo stupore per l’accaduto e l’ansia per ciò che verrà, possiamo prendere decisioni di cui in seguito ci pentiremo, mostrare atteggiamenti o comportamenti di cui non ci sentiremo particolarmente orgogliosi, cadere a pezzi e toccare il fondo emotivamente, scoprire debolezze e paure che non conoscevamo, vedere ombre che avremmo preferito restassero nascoste.

In effetti, molte volte ciò che ci impedisce di superare completamente le avversità non è l’evento traumatico stesso, ma ciò che ha fatto emergere di noi, quella parte piena di rimpianti, colpe e recriminazioni. La parte che si chiede cosa sarebbe successo se avessimo preso un’altra decisione, se avessimo agito diversamente.

Superati i quaranta anni, però, posso dire di aver scoperto il segreto per mantenersi nella luce e per dissolvere le ombre non appena queste fanno capolino.

Oggi so con certezza che la chiave è il perdono verso gli altri e verso noi stessi.

Le avversità ci danno l’opportunità di crescere attraverso la sofferenza. Se lo vogliamo veramente. Le situazioni difficili ci consentono di testare i nostri punti di forza, espandere i nostri limiti e, naturalmente, scoprire aspetti personali sconosciuti o poco esplorati.

Negare le nostre ombre non solo ci impedisce di riconoscere e accettare la nostra totalità, ma diventa anche una trappola ricorrente. Quelli che non apprendono nulla dai fatti spiacevoli della loro vita, costringono la coscienza cosmica a riprodurli tutte le volte necessarie per imparare ciò che insegna il dramma di ciò che è accaduto. Ciò che neghi ti sottomette. Ciò che accetti ti trasforma.

Inciampiamo sulla stessa pietra tante volte perché i nostri comportamenti e le nostre decisioni ci portano ripetutamente a quel punto. Non possiamo aspettarci risultati diversi se facciamo sempre la stessa cosa nello stesso modo. Fino a quando non cambieremo, resteremo bloccati nel ciclo che ha generato le avversità.

Non ci si illumina immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità. Anche una vita felice non è fattibile senza una misura di oscurità, e la parola felicità perderebbe il suo significato se non fosse bilanciata dalla tristezza.

Accettare l’ombra ci consente di diventare più equilibrati e consapevoli di noi stessi, così saremo molto più preparati ad affrontare le avversità.

Questa è la mia esperienza. Questa è la mia personale crescita e la consapevolezza che ho maturato.

C’è un’ultima cosa che ho compreso, forse la più importante di tutte.

L’opposto dell’amore non è l’odio ma la paura. Non avere paura è stata la chiave per dire addio a Ombra.

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Se vuoi leggere altri componimenti relativi a questa Silloge, clicca sul link: Silloge #Ombra

Ombra – Dario Giardi – (Concorso Letterario #Ombra) – Lettera32 il Blog
“Ombra”
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