“Parole di vetro. Luci e ombre di un’anima.”

di Ersilia Torello

Labirinti sogni specchi libri racconti parole.

È il mantra che ripeto per sgombrare la mente e liberarmi il cuore. Da ore, sdraiata sul letto, fisso, lassù in alto, una macchia di umido, che si allarga sempre più. O forse è il soffitto che si avvicina, scendendo lentamente verso di me. Sta per schiacciarmi. Non respiro. Mi manca l’aria. Con uno scatto felino, mi alzo. Mi muovo su e giù per la stanza. E riprendo la mia confortante litania.

Labirinti sogni specchi libri racconti parole.

Labirinti come quelli dei miei giochi infantili. Mi fermo. Come mi piaceva da piccola infilarmi nel dedalo verde del parco di casa mia! Sentivo gorgogliarmi in gola una risata allegra, sicura com’ero di trovare in un battibaleno una via d’uscita. Ma come dimenticare invece la viscida fredda sensazione di torpore alla bocca dello stomaco, i muscoli bloccati, il viso inondato di lacrime quando mi ero ritrovata a sbattere, come una falena impazzita, contro il muro di una siepe alta e impenetrabile. Solo l’abbraccio confortante della mamma, sempre pronta ad arrivare in mio soccorso, era riuscito a tranquillizzarmi. Sorrido al ricordo. Ben poca cosa se penso al labirinto della mia vita!

Sogni specchi libri racconti parole.

Sogni. Scuoto la testa e muovo le mani di fronte a me per scacciarli via. Desideravo una famiglia numerosa e felice. Un compagno da guardare negli occhi, da amare con tutta me stessa. Quante e quante volte ci ho provato, ma, si sa, è inutile tentare di imprigionare i sogni. Rievocarli servirebbe solo a riaprire vecchie ferite, che fanno ancora troppo male. No, no, mi bastano i segni delle tante cicatrici che mi porto addosso. Via, via, via!

Specchi libri racconti parole.

Specchi. Mi guardo intorno. Non ne voglio in questa stretta stanza dalle pareti immacolate. Non sopporto il riflesso del mio viso. Un volto anonimo, che non riconosco più mio. Appassito dagli anni e da esperienze strazianti, che vorrei solo cancellare. Non mi serve. Preferisco rimanere ancorata all’immagine di una giovane donna, che andava incontro alla vita a braccia aperte. Indifesa, ma piena di speranze.

Libri racconti parole.

Sorrido. Che bello questo trio! A casa avevo una biblioteca colma di libri. Alcuni letti, altri, tanti altri ancora da leggere. Accumulati negli anni, come un tesoro prezioso da custodire. Milioni di parole per riempire spazi e silenzi, che mi hanno colorato la vita, che l’hanno fatta sembrare bella e degna di essere vissuta. Come se fosse possibile! Mi viene da ridere. Così, all’improvviso, rido. Una risata sempre più sgangherata mi scuote le spalle.

Racconti?

Mi siedo di nuovo sul letto, appoggio la testa alla parete, gli occhi socchiusi per concentrarmi meglio. Oh sì, di racconti potrei riempire pagine e pagine. Pensare al passato. Scrivere dei segreti che ho ingabbiato nella mente. E raccontare cosa mi ha spinto a fare ciò che ho fatto. Di scatto, sbarro gli occhi. Scruto nella penombra. Vi cerco. So che siete da qualche parte, nascosti, che mi state osservando. Potrei provare a spiegarvi perché mi trovo qui. Un rapido sguardo al mondo che mi circonda: pareti strette, porta chiusa, luci e ombre che giocano a nascondino dall’unica finestra alta e lontana. No, no, forse è del tutto inutile provare a farvi comprendere la mia scelta estrema, così difficile da accettare… Voi sapreste solo giudicare. Come d’altronde gli altri, là fuori, hanno già fatto, senza offrirmi alcuna possibilità di riscatto.

Di nuovo, mi viene da ridere. Una risata lenta che parte dalla gola, si allarga ai polmoni, libera la mente. Apro le braccia, alzo la testa verso l’alto e rido, sì, rido forte. Perché nessuno potrà mai seguirmi nel labirinto dei miei pensieri, catturandone luci e ombre. Nessuno potrà mai vedere la vera me stessa riflessa nello specchio della mia anima. Nessuno potrà mai raccontare ciò che ho fatto riempiendo libri di parole. Io, solo io, posso farlo.

Perché io, solo io, so la verità!

Mi alzo. Riprendo a vagare avanti e indietro in questa stanza dai muri massicci, che restringono sempre più i miei spazi. D’improvviso mi fermo. Cerco qualcosa su cui scrivere. Mi ritrovo accanto al tavolino, di fronte alla finestra, dove si concentra l’unico cono di luce, un raggio di sole. Sposto libri. Strappo giornali. Faccio cadere oggetti inutili: una bottiglietta di plastica con un po’ d’acqua, una pallina antistress, un orologio rotto. Via! Ho bisogno di spazio. Solo quando ho un foglio di fronte, riesco a essere veramente me stessa. A sentirmi libera.

Libri racconti parole.

Parole, sì. Cerco quelle adatte da trascrivere su un quaderno senza copertina, dalle pagine slegate, canovaccio perfetto per inseguire a ruota libera pensieri e ricordi. Non ho una penna. Non mi lasciano averne qui. Ma non mi serve. I miei pensieri li posso leggere solo io. E proprio su una pagina bianca, vedo prendere vita il volto di una bambina bruna con lo sguardo rivolto verso l’alto, verso il padre che adora, ma da lui si sente rimproverata, allontanata, relegata in un angolo. Non capisce perché. La vedo piangere a occhi chiusi, il viso è una maschera su cui si alterna angoscia, rabbia, e infine tanta paura. Mi viene voglia di accarezzarla piano e allungo la mano per tentare di confortarla. Ma non ne ho il tempo, perché alla sua immagine si sovrappone quella di una ragazza innamorata. E di nuovo sono gli occhi, pieni di luce stupita, che ne tradiscono lo stato d’animo, mentre la bocca rimane serrata nel vano tentativo di trattenere le lacrime. La guardo, impotente, abbassare la testa, mentre ascolta parole di rifiuto, di astio, di fuoco, sussurrate da qualcuno che le è vicino. Ancora una volta le mie braccia si tendono nel tentativo, vano, di consolarla. Il suo corpo inizia a sfaldarsi, pezzo per pezzo, perdendo forma e colore. Comincia a insinuarsi dentro di me una rabbia viscida, improvvisa, che cresce dentro con ferocia, che a stento trattengo. Serro le mani a pugno. Mi volto e mi ritrovo accanto una figura di donna. La osservo piegarsi lentamente, cadere a terra e rimanervi ferma, schiacciata dalle parole che le vengono vomitate addosso. Parole di vetro, di quelle che straziano l’anima. Fredde, asciutte, taglienti. «Non ti amo e non ti ho mai amata!».

Nel momento stesso in cui vengono pronunciate, quelle stesse parole prendono vita. Avverto dentro di me lo strazio insopportabile di una ferita mai rimarginata. Lo sguardo annebbiato, fiacca e sconfitta, mi ritrovo arrotolata in posizione fetale sul freddo pavimento della stanza. Un urlo da bestia ferita mi rimbomba dapprima nelle viscere, poi in gola, infine esplode nelle orecchie. Ha un che di disumano, che mi spaventa. Corro a rifugiarmi in un angolo, dove la luce non arriva spiovente, ma solo di lato, dove le ombre non fanno paura ma compagnia. Mentre sento le lacrime offuscarmi la vista, inclino la testa e mi abbraccio le gambe piegate per proteggermi. Inizio a cullarmi. Un movimento lento che si perpetua nel tempo, ripetuto dentro e fuori di me in anni di buio e di silenzi.

Allontana il male.

Allenta la tensione.

E mi aiuta a ricordare.

Annuisco. Stavolta riesco ad accarezzare piano l’ombra sulla parete. Sì, sì, sono io in tutte quelle immagini sconnesse, in frantumi. Non avete ancora capito? Sono io la bambina esclusa, io la ragazza allontanata, io la donna rifiutata. Potete ancora giudicarmi e stupirvi di quello che ho fatto? Sareste in grado di giurare, qui e ora, che non avreste fatto lo stesso al posto mio?

Mi fermo un attimo. Forse potrei provare a spiegarvi quale molla è scattata quando tutto è successo… Sì, si. Annuisco con forza e con forza comincio a torcermi le mani. Sapete, ero così stanca di sbattere contro un altro muro del labirinto della mia vita. Un’altra via senza uscita. Un altro sogno spezzato. Un’altra immagine di me stessa contorta, in uno specchio frantumato. Fisso un punto lontano sul muro di fronte. Rivedo, come un film alla moviola, il momento in cui ho deciso di reagire. D’impulso. Senza pensare.

L’unico desiderio, che avvertivo impellente, era di zittire quella voce, replica di tante precedenti, pronta a sputare fuori solo parole di rifiuto. Di nuovo denigrata, offesa, calpestata dalla persona che avevo accanto, che amavo più di ogni altra cosa al mondo. Cominciavo a capire che non ce l’avrei fatta ancora a sopportare un misero rapporto fatto solo di incondizionata e passiva accettazione. Per tanto, troppo tempo non avevo fatto altro che vivere all’ombra di chi mi era accanto, abbassando gli occhi e ingoiando lacrime in silenzio. Non potevo continuare così.

Non un giorno di più.

Non un’ora in più.

Non un istante in più.

Guardavo la figura che avevo di fronte e non riconoscevo gli occhi di cui mi ero innamorata, l’uomo che mi aveva rivolto parole gentili. Vedevo solo mani alzate in procinto di calare giù con violenza cieca. Ma non erano i colpi a fare più male. Erano le parole vomitate da una bocca che mi aveva baciato e amato, e che ora si storceva in maniera mostruosa, trascinandomi via in un vortice in cui stavo affogando.

Boccheggiavo. Sentivo l’aria fuggire via dai polmoni, e dentro entrava solo veleno. Un veleno che cominciava ad offuscarmi la vista, ma che cominciava a liberare una spirale di rabbia, covata in anni e anni di rifiuto. Rifiuto respirato e inghiottito in silenzio. Rifiuto dall’odore fetido, che mi aveva dilaniato corpo e anima.

Rifugiata sotto il tavolo della cucina per evitare i colpi che scendevano giù da ogni dove, coprivo le orecchie con le mani per non sentire. Ma la marea dentro di me cominciava a gonfiarsi. Con un grande sforzo, ho cominciato lentamente ad alzarmi. Sulle labbra avvertivo il sapore salato delle lacrime misto a quello dolciastro del sangue, che fuorusciva dal labbro spaccato. Non mi sono fermata. Lentamente cercavo di abbandonare il mio rifugio e di guadagnare spazio e respiro. Il braccio destro alzato a ripararmi il viso, il sinistro che faceva leva sul lavello bianco, su cui mi ero aggrappata prima e appoggiata poi per farmi forza. Ed è stato così che, quasi per caso, lo sguardo è caduto sullo sportello aperto della credenza. È lì che ho visto il coltello, lo stesso usato ogni giorno per preparare da mangiare, che mandava bagliori di fuoco. L’ho afferrato senza pensarci e ho cominciato a colpire alla cieca.

Ero come posseduta da una forza sovrumana, come se tutte quelle donne che ero stata colpissero insieme a me. Ripetevo sempre e solo la stessa frase, scandendo ogni singola maledetta parola: «Volevo solo essere amata! Volevo-solo-essere-amata!». E ogni colpo che assestavo sembrava annullare il male che sentivo dentro, quel dolore intollerabile che mi lasciava senza fiato. Ogni colpo una liberazione per i tanti ‘no’ che avevo dovuto ingoiare, per tutte le volte che avevo dovuto subire senza fiatare. NO NO NO.

E allora SÌ SÌ SÌ. Un pizzico di giustizia anche per me. Dovevo rimettere le cose a posto. Al posto giusto. Ritrovare una via d’uscita dal labirinto. Dallo stesso labirinto che l’individuo che mi era stato accanto per una vita mi aveva costruito intorno, fatto di totale, assoluto isolamento. Di silenzio omertoso che mi aveva fatto da carceriere. Di spazi ristretti alle mura di casa. La mia prigione. I segreti che vi regnavano, che vi dovevano rimanere seppelliti. Mai avevo trovato il coraggio di chiedere aiuto. Mai prima avevo avuto la forza di ribellarmi. Il mio aguzzino aveva fatto il vuoto intorno a me. Fino a quell’istante!

E ora – ora! – ne sono fuori. Sì, ne sono fuori.

Di nuovo una risata folle mi serpeggia in gola. Scruto in fondo alla stanza, nell’angolo vicino alla porta, dove luce e ombra giocano a nascondino. Ora, sta a voi: potete ancora giudicarmi solo una povera demente?

Intorno a me solo buio e silenzio.

Ancora.

Di nuovo.

Mi avete condannato e rinchiuso in questa stanza con le sbarre alla finestra senza capire i miei perché. La porta ermeticamente chiusa. Nessuno spazio per specchi o sogni. La mia vita finisce qui. Stavolta sorrido, ma in silenzio, guardando soddisfatta i muri tappezzati delle pagine bianche dei miei pensieri. Voi, come gli altri là fuori, non capirete mai. Ma io so. Io so. E qui urlo a gran voce la mia condanna: «È tutta colpa vostra! È colpa di chi fa finta di non sentire urla e piatti rotti. Io sono stata condannata per un delitto. Ma chi sarà condannato per il delitto dell’anima mia? Chi sarà condannato per tutto il male che mi è stato fatto? CHI?».

Stringo i pugni e martello la porta chiusa con lunghi colpi sordi. Le nocche fanno male. I capelli arruffati in una ragnatela di fili mi coprono il viso e oscurano la vista. Nessuna risposta. Scivolo a terra, le spalle addossate alla porta. Dondolo la testa da una parte all’altra. Mi mordo le labbra. Nessuno mi ascolta. Chi lo farà mai? Mi chiedo, con esasperata amarezza.

Carponi cerco rifugio nell’angolo in fondo alla stanza, dove l’ombra è più fitta. Dove posso nascondermi persino alla mia vista. Piangendo e farneticando muovo le mani intorno a me, quasi a voler cancellare passato e presente.

Riprendo la mia confortante litania.

Labirinti sogni specchi libri racconti parole.

Labirinti sogni specchi libri racconti parole.

Labirinti sogni specchi libri racconti parole.

***

Se vuoi leggere altri componimenti relativi a questa Silloge, clicca sul link: Silloge #Ombra

Parole di vetro. Luci e ombre di un’anima – Ersilia Torello – (Concorso Letterario #Ombra) – Lettera32 il Blog
“Parole di vetro. Luci e ombre di un’anima.”

16 pensieri su ““Parole di vetro. Luci e ombre di un’anima.”

  • Marzo 6, 2022 alle 6:23 pm
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    Molto bella la storia di Ersilia Torello. La vita di una donna scandita da labirinti, schegge di vetro, libri, racconti e specchi che non vuol vedere perché le restituiscono l’immagine della disfatta. Eppure c’è una fierezza nelle sue parole, quando si rivolge ai lettori, quando racconta come ha affondato il coltello per annullare nel sangue il volto e il corpo di chi l’ha ridotta in pezzi scomposti. Follia lucida che il lettore percepisce dalle prime righe, follia che suscita empatia perché si nutre di luci e ombre. Mi ricorda un po’, nell’approccio narrativo, il bellissimo racconto di Edgar Allan Poe ‘Il cuore rivelatore’: il modo in cui il lettore viene trascinato nella storia mi sembra simile. Brava!

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  • Marzo 6, 2022 alle 7:19 pm
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    Senza renderti conto sei trascinata sempre di più nel suo mondo, nella sua angoscia, diventi lei dimenticando te stessa e vuoi anche tu colpire e colpire ancora chi ti ha rubato la vita e la dignità così. E infine rannicchiata nell’ombra di quella stanza senza specchi ti chiedi se davvero non può esserci altra soluzione che la rassegnazione di non essere capita nè amata. Travolgente!

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  • Marzo 6, 2022 alle 8:06 pm
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    Un monologo teatrale, una confessione a cuore aperto che lascia la pelle scoperta, le ferite aperte e salate, il racconto di un diario personale attraverso i brandelli di ciò che resta delle proprie scelte.

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    • Marzo 6, 2022 alle 10:36 pm
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      L’immaginare la sofferenza estrema di chi subisce mancanza di rispetto e violenza dimostra una nobile sensibilità che non è da tutti.

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    • Marzo 10, 2022 alle 11:52 pm
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      Il racconto di Ersilia è un viaggio è un viaggio dentro. Una mano che ti trascina giù, negli abissi, a scandagliare l’inferno e l’interno. L’unico modo, forse, per riuscire a vedere davvero. Bellissimo

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  • Marzo 6, 2022 alle 9:16 pm
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    Essere trasportati nella diversa prospettiva di compie un gesto estremo serve a comprendere meglio la sofferenza negli occhi di chi ogni giorno incontra l’indifferenza. Racconti come questo servono a scuoterci…a non camminare guardando solo avanti.
    Brava Ersilia!

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    • Marzo 7, 2022 alle 6:34 am
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      L’ho letto tutto di un fiato. Mi ha colpito molto.
      È il genere di racconti che preferisco.
      Complimenti Ersilia!!

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  • Marzo 7, 2022 alle 12:53 pm
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    Un racconto che si ha “l’esigenza” di leggere senza mai staccare gli occhi da quelle profonde righe. Trovo sia fantastico quando un racconto metta in discussione il proprio io mentre lo si legge ma soprattutto dopo averlo letto, quando ci si pone delle domande nonostante siano già chiare le riposte sapendo la società in cui viviamo. E non per ultima la descrizione emozionante di ogni singola riga, che a mio avviso, scaturisce un’inveitabile empatia la protagonista.
    Complimenti davvero Ersilia!

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  • Marzo 7, 2022 alle 7:47 pm
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    Un racconto intenso che coinvolge il lettore in un susseguirsi di frustranti ricordi ed emozioni da cui l’anima ferita trova un estremo riscatto…
    Brava Ersilia!

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  • Marzo 7, 2022 alle 9:17 pm
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    In questo racconto scorrevole e coinvolgente ci si inmedesima nella protagonista portandoci a comprendere il suo gesto così estremo.

    Fa pensare a quanto ci sia da fare in ambito affettivo per evitare che situazioni così avvengano portando sofferenza e dolore

    Da leggere e discutere a scuola

    Brava!

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  • Marzo 8, 2022 alle 7:14 am
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    Piano piano l’autrice ti accompagna a comprendere lo stato d’animo della protagonista, in un crescendo vorticoso ci racconta i sogni infranti e l’amore rubato e, infine, le botte… Ti porta ad avere la stessa voglia di riscatto che poi mette in atto e la reazione che ha portato all’azione finale è attesa e desiderata anche da chi legge. Emozionante e, purtroppo, estremamente attuale. Complimenti Ersilia!!!!!

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  • Marzo 8, 2022 alle 10:42 pm
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    Questo racconto è trascinante, impetuoso, affascinante. L’amarezza e la sofferenza che ha provato la protagonista è tangibile e ciò mi impedisce di giudicarla. Complimenti Ersilia!

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  • Marzo 9, 2022 alle 9:30 am
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    Emozionante, tanto che lascia senza fiato. E’ una spirale che ti avvolge dalle prime righe e poi culmina nel finale. Vero e crudo. Complimenti Ersilia! Un abbraccio forte. Stefania Mancini

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  • Marzo 13, 2022 alle 10:25 am
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    Racconto intenso, incalzante, coinvolgente.
    Brava Ersilia!!

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  • Marzo 13, 2022 alle 10:28 am
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    In poche parole direi coinvolgente, emozionante, che ti chiude la bocca dello stomaco!! Brava Ersilia

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