Un Natale speciale

di Antonia Dartizio

Grandi fiocchi di neve scendevano lentamente quella vigilia di Natale. Non tirava un alito di vento ma faceva tanto freddo. Le strade del centro della mia città erano tutte illuminate a festa e animate da tanti bambini, incappucciati, ben coperti e accompagnati dai loro genitori.

Nell’aria risuonavano le loro voci: “Mamma mi compri questo?”, “Io voglio la bambola”, “Io il telefonino”, “Io… io… io…”. Come note musicali nell’aria volteggiavano e una musica assordante componevano. Nel cuore della piazza un albero di Natale gigantesco, dominato da una splendente stella cometa. Ai suoi piedi un umile presepe, dal fascino irresistibile, simbolo del vero Natale. Dagli alberi del lungo viale tante luci scintillanti e colorate scendevano a cascata, come stelline inviate dal cielo per dare il tocco finale alla tipica atmosfera fiabesca. Sui due lati, i mercatini di Natale.

Avevo intenzione di comprare speditamente i regali per i miei nipotini in qualche negozio del mio quartiere. Volevo evitare la calca della gente. E poi temevo soprattutto per la presenza di immigrati che si aggiravano un po’ dappertutto. Davanti ad un negozio, nel quale stavo per entrare, notai una bambina con il viso appiccicato alla vetrina. Mi bloccai. Portava un maglioncino, marrone scuro, lacerato, molto più grande della sua taglia e un pantalone nero. Dava tanta tristezza. Non portava i guanti. Aveva quindi le manine, gelide di sicuro, poggiate sulla vetrina in cui erano esposte tante bambole. Mi soffermai ad osservarla, di spalle. Il mio
sguardo scivolò poi sui suoi piedi.

Sgranai gli occhi. Portava delle ciabatte e dei calzini, sicuramente bagnati. Per terra si era formato uno strato di neve ormai. Un brivido attraversò il mio corpo. Come racchiusa in una bolla, in un mondo a parte, tutto suo, ben lontano dall’atmosfera gioiosa che la circondava, lei contemplava incantata le bambole. Mi avvicinai. Non reagì.

La chiamai:

«Ragazzina».

Non rispose. Misi la mia mano destra sulla sua spalla. La ritirai subito temendo di farle male. Ebbi la sensazione di aver toccato le sue ossa. Si girò. Era mulatta, il suo visino smunto e i capelli neri e ricci. Solo gli occhioni come scintille brillavano. Nello stesso tempo erano misteriosi, celavano tanta tristezza. Il suo vissuto. Mi parlavano. Era stupita per l’espressione empatica del mio viso. L’accarezzai. Mi sorrise.

«Torno subito» le dissi.

Con uno sguardo attonito, senza parlare, continuava a fissarmi. Non mi avrà capita, pensai. Allora con le mani le feci segno di aspettare. Entrai subito nel negozio. Ero confusa. Quale bambola comprarle? Ce n’erano tante. Chiesi ad una commessa:

«Quale potrebbe piacere ad una mulatta?».
«Questa!» rispose «Le somiglia di sicuro. La sentirà familiare».

Mentre pagavo notai accanto alla cassa dei ponci pesanti di lana rossa con cappuccio, appesi alle grucce. Ne presi uno a caso. Per fare presto. E dissi alla cassiera:

«Aggiunga anche questo per favore».
«Le faccio un pacco regalo?».
«No, grazie, non serve».

Uscii immediatamente. Infilai il poncho alla bambina. Come per magia il suo viso apparve luminoso. Il rosso fiammeggiante valorizzò la sua carnagione scura. Le coprii la testa con il cappuccio e adagiai la bambola nelle sue braccia. Con gli occhi sgranati, incredula per quello che stava accadendo, la strinse a sé, forte forte. Io l’abbracciai e le dissi:

«Va’ ora. Fa freddo».

Come se avesse avuto i piedini inchiodati alla strada rimase immobile. Non capiva l’italiano, pensai. Con la gestualità le indicai la strada. Non rispose con le parole ma con un ampio sorriso, che mise in evidenza i suoi dentini bianchi. E si allontanò.

Prima di girare l’angolo della strada si volse verso di me. Mi sorrise. Tenendo sempre abbracciata la bambola. Io, agitando la mano destra, le mandai tanti baci volanti. Poi rimasi pietrificata. Non sapevo più perché mi trovassi lì. Furono due carabinieri a riportarmi alla realtà.

«Ha visto per caso una bambina mulatta? È un’immigrata. Ed è muta».
«Non parla allora. Ed io che pensavo non capisse l’italiano».

Uno dei due carabinieri con tono accorato:

«Ma dov’è? Ha perso i genitori. Sono caduti in mare. E … ha perso la parola. Dopo aver messo piede a terra è sparita».
«Ha appena svoltato l’angolo» risposi indicandoglielo «Se ne è andata. Se vi affrettate potete raggiungerla».

Così fecero. Intanto si levò nell’aria il suono delle campane della Chiesa. Annunciavano l’inizio della Messa. Mi fecero prendere coscienza dell’ora. Era veramente tardi. Mi affrettai a comprare i regali per i miei nipotini e rientrai. Mi sentivo felice ma ero triste al contempo.

Avrebbe superato la grande sofferenza? Poverina! Lo speravo con tutto il cuore. In ogni caso ne avrebbe certamente portato i segni per tutta la vita. Se avesse avuto la fortuna di continuare a vivere.

Quella notte non riuscii a dormire. Mi tenne compagnia, comunque, il sorriso di una bambina sconosciuta, una immigrata, che non ho più dimenticato.

Un Natale speciale – Antonia Dartizio
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