“Favola di Natale”

di Vanni Camurri

Il vento spazza il cielo sollevando onde rapide e stizzose che, nel giro di un amen, perdono la schiuma. In città la gente entra ed esce dai centri commerciali, abbagliata dalle luci, che bucano la notte. I più fortunati, nel tepore delle case, stanno preparando la cena e i più devoti si affrettano verso le chiese, dove verranno celebrati i riti e intonate le melodie tradizionali. Per chi, come me, non può o non vuole tuffarsi in queste autogratificanti attività, non c’è nulla di meglio che camminare lungo il molo ed ascoltare il canto delle onde, sempre uguale e sempre diverso. Alcune navi da crociera, ormeggiate non lontano e illuminate a festa ricordano le luci di Natale, come immensi alberi piantati nel mare.

Il vento mi schiaffeggia il volto: sa di terre lontane.

Da bambino, venivo qui e sognavo di imbarcarmi per mete esotiche, poi la vita mi ha riservato un duro lavoro in cantiere.

Mi siedo accanto a Gregorio, appollaiato su una bitta, che con uno stridio mi da il benvenuto. Lo conobbi qualche anno fa: lo osservavo tuffarsi e riemergere con una preda nel becco; inebriato dalla caccia, non si era accorto che un suo consimile lo aveva puntato e, in un frullo d’ali, involato il bottino lasciandolo a becco asciutto. Scornato si posò accanto a me. Intenerito presi un pesciolino dalle mie esche e glielo porsi: lo afferrò con delicatezza dalla mano e se lo sbafò soddisfatto.

Fu l’inizio di una splendida amicizia.

Ognuno pensi ciò che vuole, ma avere un gabbiano per amico è una fortuna. Non è come un cagnolino o un gattino, ma molto di più! I gabbiani vivono in sterminate colonie e condividono una memoria collettiva, che va oltre i loro circa diciotto anni di vita e possono accedere ai ricordi e alle esperienze di tutti gli individui vissuti in quel luogo, lasciando in eredità le proprie a quelli che verranno; è come se potessero connettersi, nell’aria in cui volano, ad una immensa e sterminata Wikipedia da cui attingere quando lo desiderano. Gregorio poi è un tipo particolare, molto curioso e ogni volta che ci incontriamo ha sempre storie nuove da raccontare.

Come facciamo a capirci? Vi siete chiesti come fanno gli extraterrestri che rapiscono gli umani a comunicare?

Beh, noi lo facciamo nello stesso modo. Ci scambiamo un saluto mentre con la coda dell’occhio colgo un luccichio in mare.

-Chi va in giro in una notte come questa?!- Chiedo accademicamente.

-Qualcuno che ha una ragione importante.- Risponde altrettanto accademicamente Gregorio.

-Quella barchetta è in pericolo!- Replico preoccupato quando accade qualcosa di inspiegabile: la luce si avvicina ad una velocità incredibile, levitando ad una spanna sull’acqua, meglio di un hovercraft!

Al timone un vecchio bianco di barba e capelli, abbigliato con una improbabile mise verde, bordata di pelliccia.

-Prendi la cima!- Urla per superare il vento.

Lo faccio assicurandola alla bitta.

Il vecchio si dirige all’interno della cabina, scomparendo.

-E chi è questo pazzo?- chiedo a Gregorio.

-Babbo Natale.- risponde il gabbiano dopo un momento di assenza, certo per consultare la sua secolare e mirabolante enciclopedia.

-Naaah, non è possibile, non ci credo!-

-Voi umani vi siete lasciati infinocchiare dalla pubblicità che ha spacciato per Babbo Natale un vecchione sovrappeso vestito di rosso; eppure questo è quello vero: la nostra memoria non sbaglia, anche se anni fa arrivava su una slitta.-

La dotta disquisizione viene interrotta dal vecchio, che riappare in compagnia di una donna imbacuccata in una coperta.

-Vieni qua ragazzo, dai una mano!.- e mi passa la donna sollevandola come un fuscello.

L’aiuto a mettere i piedi a terra e mi accorgo che stringe tra le braccia un neonato; sembra una ragazzina, ha gli occhi spaventati da cerbiatta, ciocche di capelli neri le scendono sul volto. È bagnata e trema dal freddo; fortunatamente il suo bambino dorme beato, inconsapevole della complicata situazione in cui ha iniziato la vita.

Il vecchio sulla barca mi apostrofa come farebbe un ammiraglio con l’ultimo dei mozzi:

-Portali a Villa Benedetta, chiedi di suor Maria: saprà cosa fare.-

Visto che non muovo un muscolo, mi dà un incoraggiamento:

-Muoviti fannullone, non vedi che hanno freddo?!-

– Mi scusi signor Babbo Natale…-

-Chiamami pure Klaus.- risponde lui, confermando indirettamente l’incredibile versione di Gregorio.

Riprendo: -Da qui saranno una decina di chilometri e l’unico mezzo di trasporto che ho, sono le scarpe; perché non se ne occupa lei visto che li ha portati fin qui?-

Con una sola falcata delle sue lunghe gambe il vecchio arriva sul molo: mi sovrasta di almeno due palmi.

-Debbo ripartire ragazzo e imbarcare un’altra famiglia; questa notte ho un gran daffare: non posso perder tempo, qui ci sei tu col tuo amico, no?-

Senza che me ne accorga dalle labbra esce una domanda:

-Scusi signor Klaus… ma non portava doni ai bambini buoni?-

-Un tempo.- Risponde il vecchione -Adesso sono le multinazionali che recapitano giocattoli e dolciumi: ci sono molti Nababbi Natale che fanno soldi con questo commercio, non conta più essere buoni, basta avere soldi; così ho cambiato target: recapito presepi viventi a chi li vuole accogliere.-

Frastornato da quella incredibile risposta, faccio la domanda che avrei dovuto fare subito:

-Ma come faccio a portare questi qui a Villa Benedetta?-

-Oh oh oh.- Ride divertito il vecchio: -Sono sicuro che il tuo amico pennuto ti darà una mano, nevvero Gregorio?- Così dicendo liscia le piume sul capo del mio amico.

Poi scioglie l’ormeggio e sale sull’imbarcazione che, con la stessa rapidità di un destriero che s’impenna, mette la prua a mare e si dirige al largo ad una velocità stratosferica, scomparendo. Così mi ritrovo da solo sul molo con una mamma infreddolita e il suo bambino. Mi guarda con occhi da cerva impaurita e mi rendo conto che aspetta da me la soluzione ai suoi problemi; spero solo che non si metta a singhiozzare: non riuscirei a sopportarlo!
Mi rivolgo a Gregorio:

-Nella tua enciclopedia non c’è niente che ci possa aiutare?-

Mi sorride alla maniera dei gabbiani e dice:

-No, ma ci ha pensato Babbo Natale quando mi ha grattato la testa.-

Sbalordito vedo Gregorio che allarga le ali agitandole delicatamente e … cresce a dismisura fino a raggiungere le dimensioni di un minibus; dietro al collo si è formato una specie di incavo che ha l’aria di una creazione degli artigiani di Poltrone&Sofa.

-Forza, fai salire mamma e bambino e poi monta anche tu: Klaus si è dimenticato le cinture di sicurezza.-

Sbigottito, con la bocca, aperta come un forno, squadro Gregorio over-size.

Il mio amico gabbiano mi scuote:

-Muoviti, questa… cosa non dura in eterno!-

Mi attivo, faccio salire madre e bimbo, infine salgo anch’io. Spicchiamo il volo, con un ampia virata il nostro esperto gabbiano intercetta una corrente ascensionale e punta decisamente verso il colle di Monte Nero. Forse per magia l’aria fredda e il vento non ci offendono e butto l’occhio sulla mia città illuminata: è uno splendore! Forse Babbo Natale ha fornito Gregorio di un navigatore satellitare, perché atterra esattamente davanti a Villa Benedetta; faccio scendere i passeggeri, talmente stanchi e frastornati da non rendersi neppure conto del portento di cui sono stati testimoni, prodigio cui qualcuno ha premuto il tasto rewind perché, in uno sbatter d’ali, Gregorio torna alle solite dimensioni.

Non mi resta che suonare alla porta e, per ribadire la cosa, busso con una certa premura. Mi apre una suora dal viso ossuto, le labbra sottili, un velo grigio le nasconde i capelli e che mi affronta con piglio deciso:

-Che c’è di tanto urgente?!-

Il bambino in braccio alla mamma sceglie il momento giusto per mettersi a piangere e la religiosa capisce al volo facendoli entrare. Ora che ci penso non conosco il loro nome e da dove vengono; gli ultimi avvenimenti non mi hanno permesso di pensare a cose normali!
Gregorio mi si appollaia su una spalla e sussurra:

– Torno al molo, non vedo l’ora di raccontare alla mia gente quel che è successo. Ci vediamo.-

La suora mi fa cenno d’entrare.
Mamma e bambino scompaiono dietro una porta affidati alle premurose consorelle della suora, che ha aperto e mi sta osservando con fare indagatorio:

-Dove li ha trovati?-

-Giù al molo.-

-Come sono arrivati?-

-Su un cabinato di sei metri.-

-E chi li ha portati?-

-Babbo Natale.-

La suora ride divertita e riprende:

-Bella risposta, questa non l’avevo mai sentita.-

Faccio spallucce: checché ne pensi ho detto la verità!

Cambia tono: -Gradisce qualcosa? Fa freddo.-

Sorrido

-Vada per un bicchierino di vin santo, questa sera è Natale.-

Mentre mi serve la scruto con curiosità; ho sempre pensato alle suore come pie vecchiette intente a sgranare rosari e ricamare ex voto, invece sono capaci di affrontare questioni terra terra e lo dico alla mia ospite senza tanti giri di parole.

Mi guarda divertita:

-Per salire le vette della spiritualità bisogna chinarsi sugli uomini: non serve alzarsi sulle punte dei piedi per toccare il Cielo.-

Sono anni che non ascolto prediche, non ho mai masticato molto di religione e quelle parole non hanno acceso nessuna luce.

La suora se ne deve essere accorta e riprende:

-Ogni nascita è un Natale: l’atto più puro è una bambino che viene alla luce dal grembo di una donna.-

Qualcosa nella mente si rischiara: penso a mia madre e il cuore mi si riempie di splendore.

Sorrido.

-Vuole restare con noi stasera?- Mi chiede.

Bevo l’ultimo sorso di vin santo e rispondo:

-No, grazie, ho altri progetti; tornerò per sapere come stanno mamma e bambino.-

Poco dopo sono all’aperto.

Non mi va di tornare al molo: Gregorio avrà riunito tutti i suoi simili e non avrà tempo per me. Potrei andare all’osteria, ma cosa potrei dire: che ho visto Babbo Natale? Penserebbero che sono ubriaco.

Ripenso a mamma, a quando ero bambino…

I piedi cercano la salita e anche se non lo ammetto sto camminando verso il Santuario di Monte Nero.

Per giustificarmi dico che voglio proprio vedere se, almeno in un santuario di mare, nel presepio assieme ai pastori hanno messo un marinaio e tra le pecore un gabbiano. E se non l’hanno fatto lo farò io!

***

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“Favola di Natale”

3 pensieri su ““Favola di Natale”

  • Dicembre 27, 2020 alle 9:41 pm
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    “Per salire le vette della spiritualità bisogna chinarsi sugli uomini” è una bellissima frase, che ritengo vera. Ma, secondo me, occorre ed è bello anche alzarsi sulle punte dei piedi per toccare il cielo.

    Rispondi
    • Gennaio 23, 2021 alle 5:11 pm
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      Una cosa non esclude l’altra, per ogni cosa c”e il suo tempo. Grazie per l’attenzione.

      Rispondi
  • Dicembre 3, 2021 alle 3:11 pm
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    La fantasia e l’immaginazione talvolta sembrano le uniche cose in grado di infonderci speranza. Facciamo dunque volare i nostri pensieri sulle ali di un gabbiano…
    Il racconto – occorre specificarlo? – mi è piaciuto!

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