“Diario di una maestra”

di Anna Vercesi

Sono giorni febbrili, densi come prima di una partenza, di un arrivo al mare per le vacanze.

Fra venticinque giorni è Natale… e io mi sento elettrica, impossibile sentirsi stanca, però mi sento esausta dentro, nella testa: sarà come tante altre volte un periodo difficile da affrontare.

Solo con i miei bimbi mi sento leggera, una bimba che ruba le loro parole.
Dobbiamo abbellire la classe, sono i ragazzi a chiedermelo con gli occhi lucenti, occhi che parlano da soli, occhi che mi illuminano il cammino.
Facciamo il cerchio delle parole, ci sediamo e impariamo ad ascoltare l’altro e il suo battito, il suo respiro: è un gioco sano, pieno di domande e di risposte.
Maestra raccontaci una storia di neve… dei paesi con i pinguini, le foche e i bambini dalle gote rosse, che dormono nell’igloo.

Mi piacciono le domande, specialmente dei bambini.

Il Natale è qui in mezzo a loro, fra i loro sguardi ammiccanti, fluidi, fluenti.

Ed io vorrei abbassare tutte queste luci che mi fanno perdere la bussola, mi fan dissolvere questi momenti di dolce attesa.

Chissà dov’è il Natale, il mio Natale?

Dove si è nascosto il senso di questa festa?

Forse sta nell’elenco di Johnny, l’ha trascritta dal depliant del supermercato: la pista a 4 macchine, il computer e il gameboy.
Forse sta nelle parole di Doris che dice… chissà se arriva la nonna dal Venezuela, chissà se il babbo me la porta qui con la nave o con la slitta e le renne?
Forse sta nella mia testa, nei miei ricordi di bimba che mi fanno vedere donne con la farina nelle mani e uomini che rientrano a casa nella notte buia e tempestosa, avvolti da tabarri neri.

Davanti ai miei occhi, là sul marciapiede, c’è un uomo solo che dorme sull’asfalto in mezzo a quattro birre e per stanotte la sua ciucca non lo risveglierà.

Le vetrine sussurrano messaggi suadenti, il centro città avvolto da scie multicolori pensa ad effimeri guadagni, ma io sto a casa e penso a chi se n’è andato e non potrò salutare con una visita o un biglietto d’auguri.

Penso alle persone che ho amato e che non ci sono più, ma che si palesano nel mio silenzio.
Buon Natale ai miei disarmanti amori.
Buon Natale alle mie cocenti insazietà, ai miei passi stanziali, alle mie immaginarie migrazioni.
Buon Natale a te amore mio, anche ai giorni che non m’hai regalato.
Buon Natale al tempo che non è passato e si compiace di perdersi in noi.

Buon Natale ai miei alunni, ai miei figli che non ho generato ma che sempre, senza distinzione, ho amato e che mi hanno reso madre, la madre che gli ha insegnato ad usare il coltello e la forchetta e poi ad aprire il cuore, la mente e l’anima ai gesti gentili come mandorli in fiore.

Buon Natale ragazzi, che sia un Natale d’amore, quello che non si può cancellare anche se scritto, disegnato, stereotipato con una lieve morbida matita.

***

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