“O viva o morta!”

di Barbara Gaiardoni

Erano le 3.30 quando suo padre morì e, nonostante fosse trascorso già un anno, Michele si svegliava tutti i giorni a quell’ora: beveva una tisana e se ne ritornava a letto, in attesa di riprendere sonno.

Ma quella notte, non riuscendo a dormire forse per il troppo caldo, s’alzò. Fece piano, per non disturbare Chiara, la moglie, e il figlio Federico che dormiva della grossa e andò dritto sul divano. Nello sdraiarsi, l’occhio cadde sul porta giornali e sul manoscritto ereditato dal genitore defunto, uno sfegatato di esoterismo. Senza pensarci troppo, lo agguantò e s’accomodò per rileggerlo.

Il fatto che m’accingo a narrare avvenne parecchi anni fa. Precisamente, il 15 agosto 1867 a mezzanotte in punto. In quel periodo, risiedevo a Verona per motivi di lavoro. Per recarmi in ufficio, attraversavo il ponte di Castelvecchio: è qui che incontrai Teresa. Me ne innamorai subito. Fu un colpo di fulmine, ma la nostra storia, purtroppo, ebbe vita breve per motivi che ho promesso di non rivelare.

La notte di Ferragosto facemmo l’ultima passeggiata su quel ponte che ci aveva fatti incontrare. Quando scoccò la mezzanotte, Teresa mi chiese un favore: di poterci ritrovare l’anno successivo, nello stesso luogo e alla stessa ora. Accettai, anche se sapevo che rivederla sarebbe stata una pena per entrambi: «Verrò se sarò vivo», dissi. «Ci ritroveremo sempre, o vivi o morti», rispose.

Rispettammo l’accordo preso e ci rincontrammo. Anche in quell’occasione, mi rinnovò l’invito di rivederci a un anno di distanza, con la solita promessa: «O vivi o morti».

A pochi giorni dall’appuntamento, durante una gita in montagna, mi slogai una caviglia. Potevo deambulare solo con le stampelle. Decisi che mi sarei fatto accompagnare da Aldo, l’usciere del mio palazzo. Mi promisi che quella volta sarebbe stata l’ultima, perché il dolore della separazione peggiorava di anno in anno. Allo scoccare della mezzanotte, udii un «tic, tac» metallico. Non ebbi dubbi! Era il passo di Teresa che si stava avvicinando. In lontananza, notai che non indossava un vestito adatto alla stagione, ma un mantello con un cappuccio che la copriva da capo a piedi. E mentre tentavo di cogliere nella penombra altri particolari, Teresa m’ apparve davanti all’improvviso; come se avesse percorso quel tratto che ci separava, volando. Superato lo spavento, feci per abbracciarla, ma mi trapassò. Mi voltai per capire che cosa stesse accadendo. «O viva o morta!», mi disse. Riuscii a leggere solo il labiale, perché quelle parole erano di fatto mute. Nonostante sentissi il sangue agghiacciarsi nelle vene, feci il possibile per ricompormi.

Chiesi ad Aldo se aveva visto la stessa scena: rispose di no, ma mi confidò di aver udito, con certezza, dei passi avvicinarsi e allontanarsi.

Il giorno seguente, ancora sconvolto per quanto era successo, contattai la famiglia di Teresa per avere sue notizie. Mi comunicarono che era deceduta da tre mesi e che durante il delirio pre morte continuò a ripetere «O viva o morta, c’andrò.»”

Michele interruppe la lettura. S’alzò per riporre il manoscritto nel cassetto della libreria, giurando a se stesso che non l’avrebbe mai più ripreso. Non poteva concedersi di dare troppa importanza a quelle fandonie e a fantasie che gli facevano perdere tempo e sonno.

“Non sono mio padre -sussurrò a denti stretti- Io sono io, capito? IO-SONO-IO. Punto.”

L’orologio a cucù iniziò, proprio in quel momento, a scandire le ore e Michele, per lenire quella sensazione di rabbia mista a paura, si mise a contarle.

“1, 2, 3 e 4”.

Ma l’orologio non si fermò e proseguì fino al dodicesimo rintocco.

Per darsi una spiegazione, accese il cellulare e controllò. Erano le 4.11.

In quel preciso istante, udì un ticchettio provenire dal giardino. Sembravano passi.

“Ehi, Michele -pensò- smettila di delirare e datti una mossa!”

Aprì la porta finestra e una folata fredda lo investì in pieno. Riuscì a non perdere l’equilibrio, si ricompose e s’inoltrò nel giardino. Non c’era anima viva. Nonostante l’afa gli spezzasse il respiro, si concentrò per intercettare la direzione dei passi. Constatò che stavano entrando in casa e fu colto dal terrore. La luce spenta in cucina e quella soffusa del salotto gli impedivano di vedere.

“Eh no! Loro no”, pensò e immaginò che cosa sarebbe potuto accadere a Chiara e a Federico qualora non avesse agito. Si mise a correre nella direzione della porta finestra della sala e con l’ansia, che non gli aveva dato un attimo di tregua, varcò l’entrata. “Blam!”. La porta si chiuse dietro alle sue spalle, mentre quella della cucina si spalancò sbattendo più volte contro la parete della stanza. Accese la luce e… Niente. Il rumore dei passi era scomparso e constatò che non c’era nessuno. Era tutto a posto, compreso il tavolo già apparecchiato per la colazione.

“Che mi succede?” Pensò asciugandosi la fronte e solo in quell’istante s’accorse di un biglietto posato sulla credenza. Era stato scritto con lettere ritagliate da un giornale.

“O viva o morta!” Lesse a bassa voce.

Michele sentì le gambe cedere e, per evitarsi una caduta, si sedette. Respirò a fondo e si versò un bicchiere d’acqua.

“Devi sparire”, sussurrò e, senza pensarci troppo, riafferrò il biglietto, lo strappò e lo buttò nella pattumiera, ben in fondo. Poi, si risedette e aspettò di calmarsi prima di ritornare a letto.

“Hai finito di fare casino?”

“Chiaraaa… Poco fa sono accadute cose strane.”

“Dormi, Michele. È Ferragosto.”

“Appunto.”

“Non mi dire che hai riletto la storia della morta…”

“Ti dico che ho sentito dei passi. C’era qualcuno qui.”

“Sì, noi tre.”

“Sono stato investito anche da una folata gelida, le porte hanno iniziato a sbattere, l’orologio a cucù ha scandito la…”

“Mezzanotte”.

“Come fai a saperlo?”

“Perché lo fa sempre: è fuori fase da mo’.”

“E allora? Che mi dici del pizzino in cucina, eh? Avrei voluto evitare di dirtelo, ma visto che…”

“Ti riferisci al biglietto scritto da Federico?”

“Mi riferisco a quel «O viva o morta!».”

“È una delle solite trovate di tuo figlio. Questa volta, se l’è presa con una lucertola defunta.”

“Ma da quando scrive ad una lucertola, per giunta morta?”

“Il DNA non mente, mio caro. Posso dormire, adesso?”

“Solo un’ultima cosa.”

“Cosa?!”

“Per un istante ho temuto di essere pazzo.”

“Ma va?”

***

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