“Otto quadranti”

di Luisa Patta

Grazia si abbottonò fino all’ultimo bottone. Le piacevano le camicie ben ordinate, abbottonate fino al colletto. Le davano un senso di cura e precisione. Anche se la fantasia della camicia era agghiacciante, quel colletto aderente al collo le dava tutto un altro tono. Controllò l’orologio rosso alla parete, come sempre era in anticipo. Mancava ancora un’ora all’appuntamento e questo la fece sorridere con aria compiaciuta. Poteva dedicare il resto del tempo ai dettagli: il trucco e i suoi amati gioielli. Non usciva mai senza, figuriamoci per andare ad un appuntamento. Ad esclusione dei bracciali. Quelli no, sono oggetti discriminanti, nessuna persona che vive sola è riuscita mai ad indossarne uno senza slogarsi un polso per tenerlo fermo in qualche assurdo appoggio di fortuna. Indossare un bracciale è l’esempio delle cose che si fanno in due, molto più dello scambio delle fedi all’altare. Per indossare una fede, non serve essere in due. Sarebbe molto più calzante lo scambio dei bracciali come sigillo di matrimonio e di supporto reciproco. Perciò, da qualche anno, i bracciali erano banditi, li aveva fatti sparire dalla sua vista. Rovistò nel cassettino del comodino e scelse gli anelli più vistosi, decisamente kitsch, ma mai troppo eccessivi per le sue dita affusolate. Le unghie erano impeccabili, lo smalto lo aveva cambiato la sera prima ed era molto soddisfatta del colore scelto, un rosa opaco adatto per ogni occasione. Per gli orecchini la decisione fu semplice. Nelle serate importanti indossava sempre gli stessi, le perle con il diamante: eleganti, raffinate e luminose. Ciò che di più bello conservava di un amore svanito.

L’appartamento di Giovanni dava sul retro dell’abitato e a quell’ora, in quella stagione, si riempiva dei rossi violacei del tramonto. Un momento suggestivo a cui non si era ancora abituato. E quasi gli dispiacque doversi alzare dalla poltrona per iniziare a prepararsi. Aspettava questa serata da giorni, non passava qualche ora in compagnia da diverso tempo. Era un tipo di poche parole e con una calligrafia bellissima, che l’ammaliante progresso tecnologico aveva relegato a qualche pagina di enigmistica e sporadici appunti dimenticati qua e là. Ma quella sera avrebbe forzato la lingua e giocato i suoi assi nella manica: il fascino romantico dello scrittore, i suoi lunghi pellegrinaggi, la sua infanzia in uno sperduto paesino di minatori in Sardegna. Osservò l’orologio colpito dal riverbero degli ultimi raggi di sole e gli sembrò una palla infuocata. Aprì l’armadio e scelse senza esitare il completo blu, non lo aveva mai tradito in nessuna occasione. Lo indossò con movimenti lenti e curati. Guardandosi allo specchio si meravigliò di come ancora gli calzasse a pennello.

Vittorio dormiva da un po’ e avrebbe continuato a farlo fino a notte inoltrata. Aveva deciso di non andare all’appuntamento, gli sembrava una totale perdita di tempo. Aveva tolto l’orologio dal polso e si era buttato sulla poltrona di pelle marrone. Pantofola comoda, plaid tartan srotolato sulle gambe e vecchio film in bianco e nero: il suo programma di serata ideale. Russava, potevano sentirlo distintamente anche i suoi vicini. Tutto andava secondo i suoi piani. Se non fosse stato per quel trillo ripetuto e insistente che gli entrò nelle orecchie. Quando si interruppe era troppo tardi, Vittorio aveva ormai aperto gli occhi. E nel peggiore dei modi! Si accanì contro quel rumore a forza di parolacce e imprecazioni, non sopportava non avere nessuno con cui prendersela. Era troppo assonnato per capire da dove provenisse il rumore e nell’impeto d’ira si rivestì e si affacciò alla finestra in cerca di qualcuno contro cui inveire. Fuori non vide nessuno. Si appoggiò al davanzale e in quel momento le campane in lontananza iniziarono a suonare, con la sacralità di chi ti ricorda un appuntamento importante. Sette rintocchi e un tocco breve, aveva ancora mezz’ora per cambiare idea.

Carlo si era preparato in fretta, non gli piaceva perdere tempo in inutili faccende come radersi, passare il dopobarba e scegliere il look più appropriato alla serata. Il suo miglior equipaggiamento era, da sempre, una buona dose di ironia. A Carlo non ne sfuggiva una, era quello che si dice “il clown del gruppo”. La battuta pronta, il doppio senso sempre sulla punta della lingua, la caricatura, era così fin dai tempi della scuola. Non che a volte non esagerasse, non gliele avrebbero fatte passare lisce in una scuola di oggi, sarebbe stato subito allontanato con l’accusa di bullismo. Ma allora non si dava un gran peso a queste cose e i suoi momenti di cabaret erano sempre stati presi bonariamente, anche quando passava il limite. C’era sempre qualcuno pronto a ridere perché Carlo non faceva disparità, ce n’era per tutti. Era il suo tratto distintivo, il suo biglietto da visita. A volte gli sembrava persino una trappola, far ridere anche quando non ne aveva voglia. Come quella sera, per esempio. Ma cos’altro poteva fare quando tutti si aspettavano questo da lui? Non farli ridere, non ironizzare sull’abbigliamento estroso di uno o l’acconciatura improbabile dell’altro? Non beffeggiare la pancetta goffamente nascosta sotto la cintura tirata a forza o il terribile dopobarba? Lo avrebbero guardato con sospetto pensando che fosse di cattivo umore o, peggio ancora, depresso. Quella sì che era l’etichetta da evitare, quella dalla quale non ne esci senza maldestre iniezioni di positività e ridicoli gesti compassionevoli. Meglio fare il pagliaccio, anche controvoglia. Guardò l’orologio sul comodino e pensò che aveva ancora un quarto d’ora per prepararsi il copione.

Il timer suonò in modo assordante e Vera si avvicinò al lavello per sciacquare la tinta dai capelli. Lo sanno tutti, le tinte fai da te non hanno una resa ottima. Ma lei si era messa d’impegno e le sembrava di essere sempre più precisa, soprattutto da quando aveva tagliato i capelli. Un taglio giovanile, sul quale aveva tanto indugiato. Alla fine, si era fatta convincere dalle temperature torride dell’ultima estate e ora, ogni volta che si specchiava, si domandava perché non lo avesse fatto prima. Si fece una piega veloce e i ricci ancora caldi le incorniciarono il viso stanco, ma sereno. Adorava gli appuntamenti serali perché poteva sfoggiare i suoi abiti, le sue mirabili creazioni. Li sbirciava spesso nell’armadio pensando di poter rientrare presto in quelle zip delicate tra seta, chiffon e taffetà. Le sue mani di sarta li avevano disegnati, poi tagliati, imbastiti e cuciti facendo danzare ago e filo in un movimento tanto fluido da farli sembrare una cosa sola. E così lei si sentiva, quando li indossava. Una cosa sola con le sue preziose stoffe. L’orologio d’oro che portava al polso segnava le sette e cinquanta, mancavano appena dieci minuti all’appuntamento.

Quando arrivava quest’ora, Gabriella faticava a concentrarsi. Forse era il carico della giornata, forse era il peso dei ricordi. Quella stanza la annegava di ricordi. Non era mai stata capace di sbarazzarsi di vecchie foto, scontrini e lettere sbiadite, conservava tutto maniacalmente. Un’ossessione travestita da nostalgia in cui lei si sentiva dolorosamente viva, ma pur sempre viva. Spolverò le cornici sulla mensola, il suo esercito ammutinato di rimorsi e rimpianti. Ad ogni immagine dedicava qualche attimo di silenzioso raccoglimento, come uno scanner capace di catturare ogni particolare, anche il più invisibile. Arrivata in fondo alla carrellata, posò lo sguardo sul quadrante a scacchi bianco e nero dell’orologio da muro e corse a prepararsi. Nessun dubbio: avrebbe indossato il vestito rosso un po’ scollato con la gonna a ruota, come in quella fotografia davanti al cinema, con lui. Aspettava da tempo una buona occasione per sentirselo ancora addosso.

Le scarpe da ballo di Ambra ticchettavano impazienti su e giù per la stanza. Quando le indossava non c’era stanchezza che teneva, si accendeva il ritmo nel sangue e il passo si faceva felino e ammiccante. Ambra era una donna passionale, carica di iniziativa. Era stata lei a decidere l’appuntamento, il luogo e l’orario. Era stufa di incontrare gli altri quasi per caso e poi, qualche sera prima, la signora dei tarocchi aveva esordito dicendole che durante un appuntamento le sarebbe successo qualcosa di speciale. Non si era persa d’animo e aveva convinto tutti gli altri, o almeno pensava di esserci riuscita. Aveva fantasticato molto su quella serata, su cosa potesse riservarle. Nel dubbio, si era preparata nel migliore dei modi: lunga doccia con compilation di Tina Turner per una giusta carica di energia, lingerie leopardata e profumo dalle note orientali. L’orologio maculato alla parete batteva un tempo che sembrava incitare alla caccia. Le sarebbe piaciuto tornare a ballare, ma non sapeva ancora che piega avrebbe preso la serata.

Maria cantava allo specchio, mettendosi un filo di trucco. La mano tremava per l’emozione, ma lei dette la colpa alla fretta. Le lancette dell’orologio di legno intagliato si rincorrevano velocemente, mancavano solo cinque minuti all’appuntamento. Lo aveva intagliato lei quell’orologio, quando aveva ancora il laboratorio sotto casa ed i calli sulle dita. Aveva perso tempo nello scegliere cosa indossare per poi mettere, come sempre, le cose appoggiate sulla sedia, quelle con cui si sentiva più a suo agio. I suoi occhi verdi brillavano tra la palpebra e la sottile linea della matita nera, sarebbe potuta uscire anche in pigiama e catturare gli sguardi di tutti. La sua grazia fuori dal comune e il sorriso luminoso senza età erano ancora gli stessi dei concorsi di bellezza fatti a scuola, di cui da sempre voleva cancellarne il ricordo, come fosse una cosa di cui vergognarsi. La bellezza non faceva per lei, anche se lei la incarnava, involontariamente, in ogni sua cellula. Troppe invidie, troppe cattiverie, troppi commenti facili, troppi cliché. Come quello con cui aveva dovuto fare i conti durante la sua vita: quando si è molto belle non si può essere anche intelligenti, bisogna scegliere. Così lei aveva scelto di essere intelligente. Ma la bellezza non si può nascondere, è come la polvere sotto un tappeto. Torna sempre fuori, in un modo o nell’altro.

Per primi arrivarono Grazia e Giovanni, poi tutti gli altri. Vittorio arrivò per ultimo, l’andatura era sbilenca e l’aria assonnata e Carlo non perse occasione per scherzarci su. Si riempirono i bicchieri, partirono i primi discorsi, un vociferare confuso e lieve si alzò dal tavolo.

In un angolo del salone polivalente c’era un po’ di movimento per il cambio turno e il passaggio delle consegne. Le infermiere commentavano i progressi: la tinta fai da te di Vera, Grazia e Gabriella in grande spolvero, il gesticolare vistoso di Carlo e il solito ghigno di Vittorio, la cui presenza a quel tavolo sorprese tutti. Non sembravano gli stessi che avevano salutato il giorno prima a colazione. I loro sguardi erano presenti, reattivi, illuminati.

«Stanno proprio bene stasera. Dobbiamo farglielo fare più spesso! Proponiamo al dottore di inserirlo nella terapia settimanale.» disse l’infermiera alla sua collega, appuntando qualcosa sulla cartella.

Erano lì, in cerchio, otto lancette in un solo quadrante. Ognuno batteva il proprio tempo, tra un passato sul quale inciampare e perdere colpi e un presente che arriva sempre in orario, anche quando non lo aspetti. Ma lo spazio da percorrere era lo stesso per tutti, un quadrante dal quale nessuna lancetta può mai scappare.

Questo tempo spesso è un viaggio da clandestino tra i ricordi, un passaggio discreto tra cumuli di memoria, un terreno stanco messo a riposo. Ma a volte basta poco per tornare ad immaginare nuove, tiepide primavere, basta la brevità di un attimo per tornare a battere con un ritmo che si credeva assopito. Il traguardo così si allunga, concedendo un nuovo giro di lancette e in questa attesa, a volte beffarda, anche l’attesa di un appuntamento e una serata in compagnia può far scivolare avanti una lancetta che tentenna.

Ambra rise sguaiatamente e propose un brindisi alla serata, della quale si prese tutto il merito. Maria sorrise e tutti la guardarono, perché era di una bellezza disarmante.

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Otto quadranti – Luisa Patta – Lettera32 Il Blog
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