di Barbara Gaiardoni
Un silenzio imbarazzante. Già! Tommaso e Marco non sapevano come venirne fuori.
“Glielo avevamo promesso”
“Ma vuoi che se lo ricordino?”
“Secondo te?”
Alla Vigilia di Natale erano a mani vuote. Senza un regalo per i bambini del Parco dell’Adige: cinque monelli che ne combinavano di ogni. L’incontravano ogni pomeriggio durante le loro camminate nel Parco; uno spazio unico, dove gli incanti trovavano casa, dove la Natura era, nel contempo, Madre e Padre, ma solo per chi vi s’abbandonava.
“E allora non perdiamo tempo, inventiamoci qualcosa.”
A quelle parole, Marco s’illuminò. “La soffitta della nonna! C’è un baule buttato là. Non ho mai avuto il coraggio di aprirlo.”
Il solo pensiero di tornare in quella casa, ferma nel tempo, gli dava alla testa. Era un mix di nostalgia, dolore e respiri mancati.
“Andiamo!”, disse Tommaso.
Marco decise che sì. Quei bambini valevano tutta la sua fatica. Armati di torcia e coraggio, s’avviarono verso la casa. Scelsero la strada più veloce. Arrivati davanti
all’ingresso, Marco aprì la porta con quella chiave lasciata per troppo tempo in un cassetto. Le scale scricchiolarono. I loro passi, pure. Un velo di polvere copriva ogni cosa. Entrati in soffitta, il vecchio baule era là in un angolo. Marco s’inginocchiò. Le gambe facevano giacomo giacomo. Le mani, pure.
“Dai, faccio io! Tu tieni le torcia”, disse Tommaso sollevando il coperchio, da cui uscì un profumo di lavanda. “Sì, è lo stesso – pensò Marco – è quello dei cassetti della biancheria di casa…”
Quel baule era molto di più di ciò che sembrava. Era un tesoro. Soldatini di legno e libri illustrati; un carillon, biglie di vetro e tanti pupazzi di pezza. Ce n’era uno curioso: aveva dei bottoni al posto degli occhi. Marco li riconobbe tutti. Uno ad uno. Non si ricordò, invece, di una busta. Era in fondo, semi-nascosta.
Sopra c’era scritto “Per il mio nipotino Marco”.
“Aspetta, non l’aprire!”, disse Marco.
“Perchè non dovrei?”
“Provo rimorso!”
Tommaso se ne fregò. L’aprì e lesse il titolo ad alta voce: “L’orsetto di Natale”.
“È una poesia! Tua nonna ti ha dedicato una poesia, ma ti rendi conto?!!”
Marco gliela strappò di mano. L’annusò e se la guardò. Riconobbe la calligrafia e il suo pensiero andò dritto alle sue carezze.
“Non è una poesia. È una canzone. Non vedi che c’è anche il ritornello?”
Un piccolo orsetto,
tutto di panno,
sfoggia un cappello
carminio all’anno.
Vestito di velluto
bordato di bianco,
di mangiar caramelle
non è mai stanco.
Ritornello:
Orsetto di Natale,
amico speciale,
sei gioia e carezze
allontani ogni male.
Orsetto di Natale,
dal cuore grande assai
avvicini anche chi
non sorride mai.
Quando arriva dicembre,
la neve scende piano,
lui sta sul tuo letto,
mano nella mano.
Quando viene la sera
ascolta canzoni,
s’inventa di volare
sulla slitta dei buoni.
Ritornello: Orsetto di Natale…
Ha la barba bianca,
fatta di cotone,
e un piccolo sacco
di sogni al torrone.
Quando sei solo,
ti fa compagnia,
non c’è niente che lo illuda,
e lo faccia scappar via.
Ritornello: Orsetto di Natale…
È un piccolo amico,
per tutte le stagioni,
ma a Natale brilla
tra pacchi e festoni.
È colmo di magia,
costellato di speranza,
ci ricorda che l’amore
è nella vicinanza.
Marco la lesse a bassa voce, come fosse una preghiera. Quell’orsetto, l’amico della buonanotte, l’aveva scordato. A quanto pare, la nonna no; perché lei, donna di cuore, ricordava tutto il bene.
“Direi che potrebbe essere un regalo insolito anche per quei marmocchi!”, disse Tommaso.
“Tu credi?”
“Certo! Credo anche che la smetterebbero, almeno per un po’, di continuare con quei loro giochi
fracassoni.”
Marco si convinse, chiuse il baule e se ne andarono.
“Il Posto”, così i bambini avevano battezzato una capanna segreta costruita nel bosco adiacente al parco, li stava aspettando. Quella lettera, l’avrebbero lasciata proprio lì, in quel piccolo rifugio. Meritava una seconda vita, una seconda possibilità. Con quel suo mezzo sorriso, anche la Luna sembrava essere d’accordo. Chissà se anche i bambini lo sarebbero stati.
“Buon Natale, Tommaso!”
“Buon Natale anche a te…”

