“A casa per Natale”

di Maria Basile

̶ Ricominciamo? Neanche il caffè in santa pace mi fai prendere, che l’ho sognato tanto!

̶ Perché, la cosa importante è il caffè? Non la tua vita, il tuo futuro? Aspetta, non ti permettere, sai!

La porta si chiuse alle sue spalle con gran fragore. Al diavolo la buona educazione! Perché mai aveva ceduto ai pressanti inviti di sua madre a trascorrere le feste di Natale a Palermo? Il solito ricatto affettivo, rafforzato da tutti gli spot pubblicitari sulla magia del Natale in famiglia, con le madri che spedivano ai figli lontani, messaggi sibillini sotto forma di farfalle di pasta e, i malcapitati destinatari, che affrontavano viaggi lunghi e scomodi, pur di arrivare puntuali al pranzo con i parenti.

Andarsene. Andarsene. Andarsene. Bisogna andarsene.

Bianca si avventò giù per le scale, inseguita da quella parola.

Dio ci scampi da queste madri sessantottine, che hanno succhiato latte e proteste, pappe e rivendicazioni, biscotti al Plasmon e ribellioni. Sempre questa manfrina, che quando tornava in Sicilia, sul traghetto o in aereo, le scendevano le lacrime. No, non di commozione al rivedere le celebrate coste natie, piuttosto di collera e amarezza alla prospettiva di rientrare in una routine antiquata e frustrante, un ritorno che era una sconfitta. Tutti quei soggiorni a Londra, per studiare inglese, erano stati deleteri, il contrasto tra il suo Paese caotico e arruffone e quella democrazia ordinata, rodata da secoli, l’aveva scossa e turbata. Sua madre non aveva mai perso l’occasione di criticare le disfunzioni piccole e grandi della sua città, e certo aveva avuto facile gioco, dal traffico lento e prepotente alla microcriminalità, dai disservizi del quotidiano alla paralisi della burocrazia, in un sistema capace solo di generare regole che gli impediscono di funzionare. Un conflitto perenne, diceva lei, un conflitto perenne per far rispettare i tuoi diritti, per contenere le ripetute aggressioni ai tuoi averi, ai tuoi affetti, al tuo essere, una battaglia incessante nella parte pubblica e nella parte privata dell’esistenza, uno scontro perpetuo e logorante per non rinunciare ai princìpi.

I passi affrettati l’avevano già portata in via Libertà. Rallentò, ammirando la cascata di lucine bianche, che ornava la corsia centrale e le conferiva un illusorio, fiabesco effetto di nevicata. Ricordò con rabbia e tristezza la coppia elegante che, un Natale di tanti anni prima, aveva afferrato una piantina di primule dalle fioriere disposte al centro di Piazza Politeama, commentando con una risata: “Se è di tutti, è anche nostra!“ Lei non aveva avuto il coraggio di affrontarli, ma non aveva mai dimenticato quell’episodio minimo di inciviltà. Non era mai riuscita a comprenderne la mentalità sottostante, l’individualismo spinto fino alla grettezza, l’io che calpesta il noi senza riflettere a quanto, anche in termini rigorosamente egoistici, un noi fiorente valorizzi l’io.

“Lo vedi, lo dici anche tu!” la voce di sua madre le risuonò nella testa, trionfante. “In questa città non c’è futuro! A che cosa sono serviti tanti anni di studi nelle migliori scuole, i sacrifici, le borse di studio che hai vinto, i Master e le pubblicazioni, se ora, con un’azienda che ti chiede quale stipendio potresti considerare adeguato, pensi invece di andare a fare le guardie mediche su un pizzo di montagna? Perché? Perché la signorina vuole fare il concorso per la specializzazione in chirurgia all’ospedale di Palermo! Non a Los Angeles! A PALERMO! Non ci posso credere! E questa è carne della mia carne!”

Ora percorreva via Ruggero Settimo, insieme a centinaia di altre persone in cerca dei regali di Natale. Aleggiava sulla folla un’aria di allegria, la gioiosa aspettativa del periodo festivo con i pranzi e i regali: questi erano i temi dei brandelli di discorsi che si incrociavano intorno a lei.

All’angolo con via Principe di Belmonte si fermò, indecisa; erano già le quattro, ma come resistere alla tentazione di un caffè in quel bar, sotto gli ombrelloni dove i palermitani si davano appuntamento? Sto facendo un vero cammino della memoria, o forse della nostalgia, si disse, ripensando a tutto il tempo passato a selezionare con i colleghi i locali dove il caffè era all’italiana.

Ormai la luce del giorno declinava quando giunse davanti al Teatro Massimo, vestito a festa di luci e stelle di Natale. Si fermò a fare una foto per gli amici di Los Angeles e venne inglobata da un gruppo di turisti americani dietro la guida, che scattavano a ripetizione e cercavano di leggere le scritte luminose, che si inseguivano in via dell’Orologio: “Le dame, i cavalier, l’arme…”.

̶ So beautiful!

̶ Really wonderful!

I commenti si intrecciavano attorno a lei, che sorrise, orgogliosa di essere figlia di questa bellezza.

Però, se tutti se ne vanno, chi difenderà questa città dai vandali e dai disonesti? Chi combatterà per lei? Io voglio essere fiera della mia città. E’ finito il tempo della vergogna.

“Che cosa speri di fare tu, ragazzina? Senza conoscere nessuno che conta e per di più, donna!” la voce aspra di sua madre riprese a martellarle nel cervello, acuta e impietosa come poco prima, nell’ordinato soggiorno di casa. “Ti mangeranno in un boccone, ti daranno tutti i compiti meno gratificanti, avrai un orario di lavoro a fisarmonica, che si allunga a dismisura in caso di bisogno, e uno stipendio da travet; in compenso, avrai responsabilità come un primario! Ma se ti piace così, fallo, butta alle ortiche una carriera negli Stati Uniti! Però, ti prego, non venire a piangere da me tra vent’anni, quando le mie parole si saranno avverate e tu non avrai più prospettive!”

Era arrivata in via Maqueda e osservò divertita gli uomini delle bancarelle spostarsi in fretta nelle viuzze laterali al passaggio dei vigili urbani, per poi uscire di nuovo come tartarughe dal carapace e ricominciare ad apostrofare amichevolmente i passanti, contrattando con abilità.

Respirò il fascino dell’antica strada serrata, dai vetusti palazzi nobiliari, ne apprezzò l’atmosfera meno cosmopolita, più di quartiere.

Ma non sei stata tu a insegnarmi l’impegno, la coerenza, l’onestà intellettuale?

“Si vede che con te mi è riuscito meglio che con i miei alunni!” Finalmente nella voce di sua madre si era insinuata una nota meno polemica, ma più stanca, quasi dolente. “Tanto lo so che farai quello che vuoi, con quella testaccia dura che ti ritrovi!”

In quel momento due ragazzini sullo skate la urtarono ridendo, le urlarono un commento scherzoso e scapparono via. Per riflesso condizionato, Bianca controllò borsa e tasche: falso allarme, c’era tutto.

Mi ci romperò la testa, si disse. E non era la prima.

***

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A casa per Natale – Maria Basile – (#RaccontiDiNATALE)
“A casa per Natale”

3 pensieri su ““A casa per Natale”

  • Gennaio 14, 2021 alle 9:33 am
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    Efficace e veritiera analisi di una città meravigliosa e maledetta al tempo stesso! La protagonista mi sembra fiera e determinata a cambiare le cose…nonostante tutto!
    Bravissima e incisiva come sempre cara Maria!😘

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  • Gennaio 14, 2021 alle 4:24 pm
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    Non potendolo fare materialmente,leggevo e il mio pensiero accompagnava la tua protagonista! Non c’è via o angolo della città che mi ospita,che possa darmi le sensazioni della mia Palermo.

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  • Gennaio 24, 2021 alle 6:44 pm
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    Perché continuiamo a “,romperci la testa “?perché continuiamo a illuderci che le cose possano cambiare? Forse perché siamo stati sessantottini o perché con il latte abbiamo succhiato lo spirito dei nostri genitori sessantottini che invece ora, perse le illusioni, sono pieni di paure . Bravissima 🤗

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