“Il sussurro del mare”

di Maria Cristina Grazioli

Aspettava tutto l’anno per ritrovare quell’emozione. Non sapeva darle un nome preciso ma la faceva stare bene. Il profumo dell’aria così diverso da quello a cui era abituata, la sensazione della sabbia che scorreva tra le dita mentre camminava verso quella distesa immensa.

Il cielo era di un azzurro terso e limpido e le nuvole sode e compatte con i contorni perfetti come nei quadri di Magritte.

E poi eccolo lì, il mare.

Tanti piccoli specchi che giocavano luminosi su quella distesa che racchiudeva in sé mille tonalità diverse: blu cobalto, azzurro ceruleo, blu notte virando al verde smeraldo e poi ancora al fiordaliso riempiendola di emozioni. Lo sguardo si saziava di quell’infinito fino ad arrivare dove il cielo incontrava il mare e viceversa.

Immergeva i piedi con cautela godendosi la sensazione di fresco e poi piano piano entrava, come a chiedere permesso. Si bagnava le braccia e poi la pancia e lentamente si lasciava avvolgere da quella carezza amorevole.

Lieve, così si sentiva, senza peso e senza pensieri, si lasciava cullare e amare, galleggiando tra il fresco dell’acqua e il tepore del sole che brillava sulla sua pelle bagnata, come le squame di una sirena che danzava una musica che solo lei udiva.

Non c’era noia in questo dolce far nulla. Passava le ore così pervasa dai colori e dai profumi, guardando piccoli granchi camminare veloci schivando piedi inopportuni e piccole vongole schiudersi e insabbiarsi per nascondersi a mani voraci.

Seduta a riva osservava le persone passare. Un gruppo di anziane signore con improbabili cappelli, la pelle ispessita dal sole e le mani inanellate e tozze, che si scambiavano ricette e pettegolezzi. Mamme che spingevano con fatica passeggini dove cuccioli d’uomo dormivano pacifici. Uomini abbronzati che correvano, i muscoli tesi e lucidi di sudore lo sguardo fisso verso la meta e nelle orecchie la loro play list preferita. Vicino agli ombrelloni di bambini erano intenti a costruire castelli, fortezze, vulcani e dighe inventando storie di draghi, principesse, sirene e pirati. Ragazze distese su piccoli asciugamani immerse nelle pagine di libri che raccontavano storie di principi e amori impossibili.

L’uomo consumato dal sole che urlava “Cocco, vitamina bella, cocco” spingendo un carretto sulla sabbia, gettando con gesti misurati l’acqua sul suo prezioso carico.

E poi arrivava la sera e portava il tramonto.

L’inizio e la fine del giorno erano i suoi momenti preferiti, carichi di calde promesse. E quella sensazione che sarebbe stata un’altra meravigliosa giornata.

In quegli attimi in cui la folla se ne tornava a casa, quando dai bar non arrivavano più le note delle hit del momento e gli animatori si ritiravano dopo aver decretato il vincitore del gioco aperitivo, lei assaporava il suo mare, sentendosi profondamente connessa, il silenzio rotto solo dalle onde delicate che venivano a salutarla fino a riva.

Quel giorno invece osservava il mare con occhi diversi. Scrutava lontano rivivendo immagini passate velocemente al telegiornale. Corpi di bimbi, portati a riva da un mare che non aveva avuto pietà di loro come non l’avevano avuto gli uomini tronfi che si nascondevano dietro a belle parole e vestiti impeccabili. Rivedeva barche cariche di uomini e donne stretti gli uni agli altri, sguardi assenti, sguardi di speranza, sguardi di terrore. Vivi con i morti, fratelli e sorelle con sconosciuti uniti e divisi dalla paura. Uomini che non esitavano a buttare a mare il loro carico di umanità per sfuggire alla giustizia. Capi di stato che discutevano a chi toccava ripescarli, come se si trattasse di rifiuti che inquinavano i loro bei mari e spaventavano i turisti danarosi che tanto bene facevano all’economia. Volontari coinvolti in operazioni umanitarie che rischiavano denunce su denunce.

Lei ripensava alle storie raccontate da Giuseppe, l’amico del nonno, che aveva lavorato per tanti anni in Belgio nelle miniere di carbone. Erano partiti in tanti spinti dalla fame e dalla voglia di migliorare le condizioni delle loro famiglie che faticavano a sopravvivere dopo le guerre. Là si guadagna bene gli dicevano, pochi anni e tornate ricchi. Nessuno li aveva avvisati che era un lavoro infame, che la miniera non perdona, che il popolo belga non era certo ospitale, che erano costretti a dormire in vecchie baracche stipati, senza amore, né amicizia. In tanti erano partiti, in pochi erano riusciti a tornare. E ora i figli di quegli stessi pontificavano contro questi extracomunitari che non si capisce cosa vengano a fare qui.

Il tempo fa dimenticare.

E allora lei non se la sentiva più di immergersi in quelle acque limpide.

L’odore che le invadeva le narici sapeva di morte, la sabbia bagnata le colava dai piedi come grumi di sangue rappreso. I riflessi del sole sull’acqua le sembravano tante piccole croci di metallo.

Le vecchie signore che chiacchieravano camminando sul bagnasciuga citando Cicerone, riferendosi al popolo Afgano, la infastidivano. Desiderava poterle cacciare per impedire loro di profanare quel luogo di morte con le loro stupide affermazioni.

Avrebbe voluto gridare a quella ragazza che leggeva romanzi d’amore che gli uomini così non esistono, che quelli erano stati creati solo per illuderla.

Le venne un bisogno irrefrenabile di distruggere i castelli di quei bimbi, ignari che poco più in là, qualcuno aveva divelto le case dei loro coetanei colpevoli di essere nati sulla riva sbagliata.

Le prudevano le mani per la voglia di strappare le cuffie all’uomo che correva e invitarlo ad ascoltare il ritmo indemoniato degli spari. “Non lo senti questo rumore sordo, non li senti i lamenti e le grida d’aiuto, non senti il rumore assordante dei colpi di kalashnikov? Ascolta il mare, ascolta quello che racconta, le preghiere degli uomini dispersi nel tentativo di trovare la loro libertà”.

Osservava quei ragazzi dalla pelle nera come la notte che, con passo stanco, si trascinavano fra gli ombrelloni colorati guardando giovani innamorati abbracciati al sole e mamme che asciugavano bambini capricciosi. Cercando così di cancellare dai loro occhi le immagini di terrore e povertà che avevano portato come unico bagaglio nel loro lungo viaggio. Scrutava l’eleganza e la fierezza di vecchi signori con lunghe tuniche bianche che vendevano gioielli d’argento facendo tintinnare i piccoli braccialetti, per non dimenticare il suono che anticipava l’arrivo delle loro mogli e delle loro figlie lasciate in paesi lontani, portando su di loro profumi di patchouli e sandalo. Alzò gli occhi al cielo, una lunga fila di aquiloni fluttuava, inarcandosi ad ogni alito di vento. Quanto le sarebbe piaciuto tagliare quel filo che impediva loro di volare senza costrizioni.

In quel momento non le piaceva più il mare.

Non si sentiva più lieve. Sulle spalle percepiva il peso di tutto quel dolore, nelle orecchie le grida di madri lacerate e di padri inermi, lo sguardo vuoto, l’animo indurito.

D’impulso si gettò in acqua e si sentì lieve e si sentì triste.

E fu allora che il mare iniziò a parlarle. Le cantava nenie in lingue sconosciute, le portava le risa di bambini innocenti e le lacrime sommesse di donne abusate.

Tra le onde, eleganti delfini saltavano rincorrendo piccoli pescherecci dentro un mare che si apriva come un grande mantello pronto ad accogliere il mondo con le sue gioie e i suoi dolori, le risa e i pianti, la vita e la morte che inesorabilmente si rincorrevano.

Il mare continuava ad abbracciarla e lei lo ricambiava assorbendo la pace e l’orrore, trattenendo su di sé i sorrisi dei bambini che costruivano castelli e le lacrime di quelli che non c’erano più.

***

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