“Buon Natale!”

di Lucia Bollina

Che dire del Natale a casa dei nonni? Beh, si trattava di un evento davvero speciale, curato nei minimi dettagli e per il quale venivano spesi tempo e denari a profusione. I compiti erano divisi in maniera equa, senza ingerenze e nel massimo rispetto dei ruoli. Il nonno si occupava dell’albero a cui noi potevamo metter mano solo usando grande cautela. Le palline di vetro lasciate cadere a terra si frantumavano in mille pezzetti e, ogni volta che questo accadeva, era una vera tragedia!

Mi avete rotto il funghetto!”

Diceva sconsolato e poi proseguiva.

“Era tanto bello! Impossibile ritrovarne uno così!”

La nonna per sdrammatizzare ribatteva.

Non è mica la fine del mondo!”

Poi, per evitare il ripetersi di episodi incresciosi, si metteva a sfornare biscotti. Omini, alberelli, stelle e cuoricini, tutti da appendere all’albero senza fare danni. Era a quel punto che la casa cominciava a profumare di zenzero e cannella. Per ottenere l’effetto nevicata, imbiancavamo con lo zucchero a velo i rami traboccanti di addobbi! Infine, toccava alle lucine. L’alternarsi di quello spegnersi e riaccendersi ci indugiava a sognare l’arrivo di Babbo Natale.

Che doni ci avrebbe portato? Tutti quelli che gli avevamo chiesto nella letterina o soltanto alcuni? La mamma a tal proposito era sempre chiarissima.

Babbo Natale deve accontentare i bambini del mondo e la slitta non è poi così grande!”

E con questo, cosa avrebbe voluto farci intendere? Che non tutto il richiesto sarebbe giunto a destinazione? Ma la nonna, sempre pronta a rincuoraci, ci rassicurava.

“Nessuno si è mai lamentato di Babbo Natale! Vedrete che sarà così anche per voi!”

Ecco che a noi tornava il sorriso. Ah, se non ci fosse stata lei! Sebbene fosse occupatissima ai fornelli, trovava sempre un attimo per le sue nipotine. A lei piaceva soddisfare i palati di tutti i commensali che, da quella tre giorni estenuante, avrebbero dovuto uscire felicemente appagati. Partiva dagli antipasti, ricchi e scenografici e terminava col classico dolce milanese, il panettone. Da provetta sfoglina preparava i tortellini da tuffare nel saporito brodo di cappone. Non mancava mai il trionfo di carni cucinate seguendo antiche ricette. Il nonno pretendeva il bollito misto, accompagnato dalla mostarda di Digione altrimenti, per lui, sarebbe stato Natale solo a metà!

Mio padre non rinunciava al risotto giallo con, al centro, il classico ossobuco.

La zia Carmelina, adolescente problematica con la lacrima in tasca, per non perdere la linea, evitava ogni eccesso. Assaggiava di tutto un po’, ma poi si alzava dalla tavola che aveva ancora una gran fame. Il nonno, innervosito da quel ridicolo spiluccare, non riusciva a trattenersi.

“Si vede che non hai fatto la guerra!”

Le diceva agitandole l’indice sotto il naso. Lei sbuffava ma le toccava ascoltare anche il seguito.

“Nessuno parlava di dieta, avevamo tutti il ventre piatto!”

E allora? Lei era venuta al mondo nel ’50 e della guerra non aveva sentito neppure l’odore. Dunque che la si lasciasse in pace! La nonna si affrettava a riportare l’armonia sbucando dalla cucina con l’arrosto e le patatine al forno, il piatto preferito dello zio Gigino. Davanti a quella leccornia, tutti ritrovavano il buonumore. Io, mia sorella e le due cuginette attendevamo con ansia l’arrivo delle polpette. Noi non desideravamo che quelle, le pietanze complesse le lasciavamo agli adulti. Il tintinnio delle posate e l’allegro vociare finivano con l’annoiarci.

Avevamo fretta, per noi il momento della frutta secca arrivava sempre troppo tardi. Nel tentativo di accaparraci lo schiaccianoci, venivamo immancabilmente redarguite. L’unghia nera per la quale, l’anno prima, mia sorella aveva pianto tanto, sarebbe servita da monito da qui all’eternità. Ci toccava aspettare quello che ci avrebbe passato il papà il quale, per l’occasione, era obbligato a lavorare a cottimo. Noi, mai sazie, sgranocchiavamo alla velocità della luce e la mamma si preoccupava per le conseguenze prevedibili.

Ripulita la tavola da gusci vari, veniva messo al centro il panettone e le bottiglie di vino bianco. Le bollicine dello spumante, per noi sapientemente allungato con un mezzo bicchiere d’acqua, ci arrivavano allegramente al naso. Con quel trucchetto, anche a noi veniva concesso di partecipare a quel brindisi solenne. Subito dopo, per gli adulti, iniziava la tombola, croce e delizia della zia Carmelina che attendeva con impazienza di riuscire a combinare qualcosa e finiva sempre per correre in camera sua a piangere. Le maledette cartelle raramente gli fruttavano un misero ambo! Allora con la testa affondata nel cuscino soffocava rabbia e rancore.

“Sfortunata al gioco ed anche in amore!”

La nonna correva ad asciugare quelle lacrime e la convinceva ad andare a sciacquarsi il viso.

La Messa di Mezzanotte incombeva e nessuno avrebbe potuto esimersi dall’andare in chiesa. Partivamo in gruppo, intabarrati e con le sciarpe a coprirci fin sopra al naso. Spesso gli stivaletti affondavano nella neve che, scendendo lieve e copiosa, finiva con l’ammantare tutto di bianco. Quella candida coperta riscaldava i cuori di tutti noi. Il giorno dopo, avremmo potuto ingaggiare col papà furiose battaglie di palle di neve ma, prima ancora, ci sarebbero stati i regali da scartare.

La mattina del 25 io e mia sorella ci svegliavamo insolitamente presto. Sul tavolo della cucina, le bucce ed i semi dei mandarini, insieme alle ciotole di latte vuote, erano la prova schiacciante del passaggio di Babbo Natale da casa nostra. Lui aveva gradito e le sue renne pure! A quel punto, non restava altro che andare a controllare cosa avesse lasciato sotto l’albero. Strappavamo febbrilmente carte e nastri e poi facevamo partire gridolini di gioia. Ricordo in particolare l’anno in cui i regali non erano stati troppi, ma tutti bellissimi.

Mamma! La bambola che volevo io!”

Aveva sospirato mia sorella.

“Papà! Eccola qui la seggiolina che mi serviva tanto!”

M’ero messa a gridare eccitata. La mamma ci aveva invitato ad un onesto esame di coscienza.

“Siete state davvero così brave da meritare questi regali?”

Mia sorella aveva abbassato la testa io, invece, m’ero limitata a fare spallucce. Poi avevo fatto la mia personale ammissione.

“Noi no, ma Babbo è stato davvero bravissimo!”

Poi, indossati gli scamiciati scozzesi ed i maglioncini a girocollo rosso fiammante, eravamo partite nuovamente per la casa dei nonni. Sul portone, il papà non s’era lasciato sfuggire l’occasione di immortalarci in una foto che, ancora oggi, ci facciamo passare di mano in mano. Ritrae la mamma al centro occupata a tenerci per mano. Sulla destra c’è mia sorella con in braccio la bambola avvolta in una coperta. Infine, sull’altro lato, compaio io che, gioiosa, mi trascino la seggiolina impagliata.

Uno scatto rubato al tempo, il ricordo di momenti felici e spensierati di un’allegra ed agghindata famigliola pronta a festeggiare il Natale.

***

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Buon Natale! – Lucia Bollina – (#RaccontiDiNATALE – Seconda Edizione)

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