“L’ombra lunga del mattino”

di Cinzia Micci

Avevo ancora la mia ingenuità.

L’ho persa ieri.

Non rida, per favore. Si può essere ingenui anche a trent’anni.

Io ne ho trentuno.

Fino a ieri ero, lo ero, ingenua.

No. Non in senso negativo. Lo ero come può esserlo un bambino.

Trasognata. Di fronte al mondo.

Sempre pronta a stupirmi.

Ero capace di rimanere per ore a ripensare a una goccia d’acqua, a ripensarla mentre scivolava, dapprima lenta, poi veloce, sul parabrezza dell’automobile. Una goccia come un distillato di esistenza.

Dapprima lenta, poi veloce. Veloce. Veloce.

Il mio cane mi stupiva ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, per la sua immutata generosità nell’accudirmi, nell’amarmi incondizionatamente, nel ricordarmi che in ogni istante ero al centro della sua attenzione.

Mi stupivo di come fosse bello togliersi le scarpe e camminare a piedi nudi sulla sabbia, o sull’erba bagnata di rugiada, al mattino presto, la domenica, quando uscivo per le mie passeggiate interminabili, nel parco.

A trentuno anni mi stupivo delle fossette sulle guance del mio bambino. Ogni volta come la prima volta che le ho notate. Due incantevoli fossette che non potevo fare a meno di baciare, e baciare, e baciare, mentre gli solleticavo il mento per farlo ridere ancora.

Di altre incantevoli meraviglie mi stupivo.

Ogni giorno. Ogni ora. Ogni minuto.

Del colore che assume il cielo al tramonto, quando l’azzurro si diluisce in pennellate di arancio che sfuma nel violetto. Che meraviglia.

E che meraviglia le stelle cadenti, d’estate, da cui rimani folgorato nell’istante stesso in cui le vedi sparire, inghiottite dal buio.

A trentuno anni mi stupivo ancora del sapore dei suoi baci, che sapevano di caramello. Qualche volta di menta. Oppure di caffè. Ogni volta una sorpresa che andavo a esplorare, curiosa, con la mia lingua abbracciata alla sua, con il mio respiro in simbiosi con il suo, mentre veniva meno la percezione del tempo e l’istante si dilatava fino a precipitarci in una sospensione dove era possibile galleggiare in una vacuità ove avrei potuto annegare con gratitudine, pazza di felicità.

Ero io. Fino a ieri. Fino all’alba di ieri.

Mi piace camminare nel parco. Questo lo sa. Gliel’ho detto. O forse no?

Forse no. Non ricordo. Da ieri mi sento confusa, ogni tanto. Ogni tanto no. Ogni tanto, confusa.

Mi piace camminare nel parco, al mattino presto, di domenica, quando la città gode ancora del silenzio notturno. La domenica piace a tutti alzarsi tardi. I rari passanti che incroci lungo la strada sono veloci e silenziosi come ombre: tutti quelli che si alzano presto, al mattino, quando la massa gode dei benefici del riposo settimanale, si muovono così: silenziosi e sfuggenti.

Io, invece, che mi alzo di proposito alle cinque del mattino, quando i miei due amori sono ancora immersi in un sonno profondo, che mi alzo presto per godere della passeggiata settimanale nel parco, cammino lentamente lungo il reticolo di strade e stradicciole che conducono al polmone verde del quartiere. Se piove esco ugualmente. Meglio ancora. Mi stringo nella mia giacca impermeabile e lascio che le gocce d’acqua, dapprima rade e minute, poi fitte, mi bagnino il volto.

Ieri alle cinque del mattino non pioveva.

Il sole aveva appena fatto capolino all’orizzonte. La giornata si preannunciava tiepida e luminosa.

Il cane uggiolava. Voleva uscire con me. No. Gli ho detto. Questo è il mio momento di pace. Usciamo dopo. Gli ho detto. Lui non ha insistito più di tanto. Solo un po’. Poi è tornato a dormire. Mi capisce al volo, il mio cane.

Sono uscita da sola. Mi sono incamminata da sola. Non ero sola, tuttavia. Ero con me: con la me stessa felice, con la me stessa ansiosa di fare delle scoperte, di stupirsi, di appagarsi del sentimento di essere una con tutte le cose intorno.

Appena entrata nel parco, ho tolto le scarpe e i calzini. Li ho infilati nello zaino e ho abbandonato il sentiero principale, tagliando lungo la macchia erbosa. Gliel’ho detto che mi piace sentire il contatto dell’erba sulle piante nude? Forse sì. Non ricordo.

Ho girovagato tra una distesa e l’altra, fermandomi ogni tanto a guardare gli alberi disseminati sui prati. Lecci, ciliegi, mandorli. Qualche quercia, ogni tanto.

Mi piacciono gli alberi. Mi trasmettono un senso di integrità che mi mette di buon umore e mi rassicura. Le radici che affondano nel terreno: quante volte mi sono chiesta fino a quale profondità, senza riuscire a darmi una risposta.

Talvolta mi fermo. Affondo i piedi nell’erba e immagino di essere albero. Immagino di penetrare il terreno fino a distanze abissali dalla superficie. Fino al centro della terra. O anche oltre. I miei piedi-radici si allungano fino a sbucare nell’emisfero opposto, per farsi germoglio e salutare l’altra parte del mondo.

No, la prego. Non rida. Lo so quanto misura il raggio terrestre. Lo so che oltre la litosfera comincia il mantello. Ero ingenua, fino a ieri, ma non sprovveduta. Solo che mi piace immaginarmi albero che si fa germoglio dall’altra parte della Terra. Che c’è di male in questo? Ha un senso. Sono certa che tra le piante, tra tutte le piante di questo pianeta, ci sia una corrispondenza che fa sì che ogni albero sia a conoscenza di tutti gli altri alberi della Terra. Che ogni fiore abbia un legame forte con ogni altro fiore e ogni altro albero e ogni altra pianta e ogni altro seme disseminati lungo il terriccio che ricopre l’intero pianeta. Anche le piante acquatiche sanno bene dell’esistenza delle loro sorelle terrestri. E viceversa.

Non rida, la prego.

Ieri proprio a questo pensavo, alle cinque del mattino, al parco, mentre affondavo i piedi nudi nell’erba rugiadosa. Pensavo alla rete che lega un essere vivente a ogni altro essere vivente, e che forse lega ogni essere vivente a ogni sostanza minerale, a ogni singola particella atomica e subatomica dell’universo.

Una rete che muta in continuazione in ragione di ogni minuto mutamento che avviene in una qualsiasi delle sue parti.

Un fiore appassisce? La rete muta. Una pianta germoglia? La rete muta. Un uomo nasce, un uomo muore? La rete muta. Un frammento cosmico cade dal cielo? La rete muta.

Pensavo a questo, quando mi ha assalito.

Mi ha presa alle spalle.

Poi mi ha dato un colpo proprio qui. Alla sommità del capo.

Le gambe mi hanno ceduto.

Sono caduta a terra.

Mi ha colpito ancora. Ancora. Ancora. Sulla faccia, stavolta.

Poi mi ha strappato i vestiti. Mi è entrato dentro di forza.

Strano. Ero terrorizzata. Imbambolata dai colpi presi e terrorizzata. Non riuscivo a reagire. Non riuscivo a urlare. Pure non potevo fare a meno di pensare che fosse un albero, quello che con le sue radici mi stava penetrando. Io terreno. Lui radice.

Il suo odore non mi piaceva. Lo sentivo, penetrante, dalla sua bocca, vicina al mio naso. Sapeva di marcio. Ansimava. Mugolava, la bocca che sapeva di marcio.

Stava facendo radice in me, ma io non volevo essere terriccio. Radice cattiva. Non volevo mi entrasse dentro. Cercavo di essere chiusa. Chiusa. Chiusa. Ma la radice cattiva spingeva. Spingeva. Fino a ferirmi. A lacerarmi. Strapparmi. Sentivo il terriccio sanguinare. Sentivo il dolore. “Ero” dolore. Terriccio-dolore invaso.

No. Mi sono detta. Ho allungato le braccia sul prato. Aperte sull’erba, come a cercare aiuto dall’erba buona, dalla buona radice, dalla buona pianta, dalla buona terra.

Un sasso. Ho avvertito sotto il palmo della mano destra – o forse era il palmo della mano sinistra, non so, non ricordo bene – un sasso grande e appuntito. L’ho preso e ho colpito. Colpito. Colpito. Colpito.

L’ho colpito sulla testa, fino a che non si è accasciato su di me. In me. Il suo sangue marcio sul corpo terriccio che lo respingeva. Lo rifiutava. Lo vomitava.

Quando un essere muore, la rete dell’universo muta.

Anch’io sono mutata. Ho allontanato da me il corpo marcio. Mi sono alzata in piedi, nonostante il cielo mi girasse vorticosamente intorno. Mi sono fatta forza. Non volevo ricadere a terra. Non vicino al suo corpo. Non vicino a “quel” corpo.

Avevo ancora in mano il sasso grande e appuntito. Ho colpito ancora sulla salma riversa bocconi.

Sulla testa. Più e più volte. Fino a che non ho incontrato la sostanza molle all’interno del cranio.

Ogni volta che un uomo muore, la rete muta.

Anch’io sono mutata. Nessun pentimento. Nessuna pietà. Nessun compiacimento. Avevo compiuto un atto che sentivo necessario. Qualcosa era morto in me, tuttavia.

Era morta la mia ingenuità.

Non mi guardi così. Non sopporto il suo sguardo di comprensione. Non sopporto la sua pietà.

Non sopporto l’idea che non potrò più guardare le fossette di mio figlio e stupirmi. Come fosse la prima volta.

E non sopporto l’idea che ogni volta, nel guardare gli alberi, non penserò più alle loro radici.

Penserò, piuttosto, alla loro ombra allungata sul terreno.

E non sarà piacevole.

***

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L’ombra lunga del mattino – Cinzia Micci – (Concorso Letterario #Ombra) – Lettera32 il Blog
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