“A.D. 1303”

Città: Anagni (FR)

di Mike Papa

Da qualche giorno la città era tutta in subbuglio.

Lo avvertivo, ma ero troppo piccolo per capirne il motivo. Se mi permettevo di chiedere spiegazioni alla mamma mi rispondeva solo: «Politica», come se quell’unica parola spiegasse tutto.

A mio padre non domandavo niente, per rispetto e timore, ma sono sicuro che non avrebbe detto neanche quella, di parola. Non era mai stato un chiacchierone, ma negli ultimi tempi era ancora più taciturno. Quando la sera tornava stanco dai campi era svelto a sciacquarsi al catino, ingoiare la fru-gale cena e uscire di nuovo. Anche questo era un avvenimento eccezionale, da quello che ricordavo, dopo mangiato andava di filato a coricarsi, vinto dalla stanchezza.

I miei compagni di giochi, Manfredi e Ubaldo, vivevano in casa la stessa esperienza. Ubaldo se ne uscì con una nuova parola sentita dai suoi, ”cospirazione”, che a suo dire spiegava meglio le circo-stanze. Io non conoscevo neanche cosa significasse.

Adesso so che era la presenza del Papa a mettere tutti in agitazione: Bonifacio VIII aveva scelto Anagni, sua città natale, per emanare una Bolla con cui intendeva scomunicare il re di Francia, Fi-lippo il Bello. A quei tempi riuscivo solo a carpire brandelli di informazioni prestando orecchio ai discorsi dei grandi, quando la mamma mi portava per botteghe, ma erano avvenimenti troppo im-portanti e complicati per il bimbo che ero. Intuivo più o meno quali erano le fazioni in gioco: c’era chi si schierava con Filippo, che aveva accusato il Papa di crimini orrendi, dall’assassinio del suo predecessore, Celestino V, fino ad arrivare alla sodomia e all’eresia, qualsiasi cosa significassero quelle parole. Per questo, dicevano, Bonifacio voleva giocare d’anticipo, scomunicando di fatto il Re; un altro gruppo, al contrario, riconosceva al Papa pieni poteri, sostenendo che le accuse di quel miscredente di Filippo fossero dettate solo da ragioni economiche e brama di potere.

Come poteva un bambino comprendere questi intrallazzi quando la sua unica preoccupazione era il fatto che le strade e i vicoli in cui si divertiva, a detta dei genitori, si facevano sempre più pericolo-si?

La sera del sei settembre, ricordo la data perché il giorno dopo avrei compiuto otto anni, successe un altro fatto verificatosi molto di rado, almeno a mia memoria: mio padre ricevette in casa delle persone. Suoi amici, pensai. Ero già a letto, non molto tempo dopo cena, quando bussarono som-messamente alla porta. Non così sommessamente da evitare di svegliarmi, comunque. Mi alzai per sbirciare da dietro il tendaggio che divideva la camera da letto dal resto della casa. Entrarono tre uo-mini tra cui riconobbi solo il macellaio, nostro vicino e padre di Manfredi, con ancora indosso il grembiule sporco di sangue. La mamma servì una caraffa di vino e gli uomini bevvero mentre di-scutevano. Il loro tono era fermo ma pacato, sembravano tutti d’accordo su quello che dicevano. In mezzo a paroloni altisonanti riuscii a decifrare qualche nome, Sciarra e Nogaret, ma la mamma si accorse del mio spiare e mi impose di tornare a letto.

«Che succede?» Le domandai.

Lei replicò nel solito modo evasivo: «Niente, cose da grandi.»

«Ma io sono grande, domani compio otto anni!»

Lei mi arruffò i capelli: «Vuol dire che magari domani ci sarà una risposta alle tue domande. E an-che alle nostre, se Dio vorrà. Dormi, ora.»

Avevo tutta l’intenzione di ubbidire, ma l’agitazione era troppo grande per prendere sonno, credevo sul serio che mancassero solo poche ore per poter entrare in quel mondo di adulti che mi era sempre stato precluso. Così quando prima dell’alba, ancora sveglio, sentii mio padre uscire con i suoi amici, fatto non solo inusuale ma del tutto inimmaginabile, la curiosità vinse sul buonsenso: mi vestii in fretta di soppiatto e sgattaiolai dietro di loro dalla finestra senza che la mamma se ne accorgesse. Armati di torce i quattro uomini si unirono ad altri gruppi che già erano in strada e si diressero verso i confini della città. Nel tragitto la folla aumentava, un piccolo fiume di gente che si muoveva spedi-ta e in silenzio, per poi disperdersi in rivoli nei vicoli in direzione delle porte della cinta.

Io mi tenevo nascosto dietro le case, al buio, seguendo il gruppo di mio padre, la paura messa in se-condo piano dall’ebbrezza di quello spettacolo. Ero così eccitato che non mi accorsi di qualcuno alle mie spalle se non quando mi prese per un braccio, facendomi sobbalzare per lo spavento. Riuscii a stento a non gridare. Non era altri che Manfredi, che aveva avuto la mia stessa idea e il mio stesso ardire. Anche lui non riusciva a spiegarsi perché suo padre era uscito in maniera così insolita. Forse era quella la ”cospirazione” di cui parlava Ubaldo.

Avemmo presto una risposta: giunti a Porta San Nicola una mezza dozzina di uomini si diedero da fare per aprire i battenti. Fuori dalle mura, in attesa, c’era un drappello di armigeri che entrarono al galoppo, dirigendosi verso il palazzo Papale.

Noi guardavamo a occhi sbarrati, affascinati dalle armature lucide che riflettevano le vampe delle torce nella poca luce del sole ancora basso, dal fumo che usciva dalle froge dei superbi cavalli da guerra che con gli zoccoli sul selciato provocavano un rumore d’apocalisse.

Il nostro stato di estasi fu interrotto dall’arrivo della mamma, preoccupatissima, che ci prese ambe-due per un orecchio e ci riportò di peso a casa, dove trovammo la madre di Manfredi in ansia.

Restammo tutti e quattro a sentire i rumori di battaglia che ci giungevano dal palazzo Papale, finché gli uomini non tornarono.

Mio padre disse solamente: «L’hanno preso.»

I due giorni seguenti furono talmente strani e carichi di novità che non sono sicuro dei miei ricordi. Codesti si accavallano e sfumano e tornano vividi, fino al punto di farmi dubitare della mia memo-ria.

Festeggiammo il mio compleanno con una focaccia di fichi secchi, l’unica cosa che poté fare la mamma con quello che aveva nella madia, dato che non uscimmo per niente. Apprezzai il suo impe-gno, ma pensai stizzito che fosse un modo di farsi perdonare per avermi mentito, la sera prima: ave-vo otto anni ma quello che mi stava succedendo intorno era ancora un mistero. Anche papà restò in casa più del dovuto, pareva essersi dimenticato dei campi da curare, mentre le strade erano pattu-gliate da soldati con strani colori sulle insegne che parlavano in un’ancora più strana lingua. ”Fran-zusi”, così li chiamava il macellaio, che veniva con regolarità a portare notizie fresche raccolte nella sua bottega.

La sera dell’otto arrivò trafelato e le sue parole traboccavano indignazione: «L’hanno oltraggiato più del dovuto.»

«Ne sei sicuro?» chiese mio padre, altrettanto sdegnato.

«Uno schiaffo. Con la mano guantata dell’armatura. Quel bastardo di Colonna lo vuole morto, di si-curo.»

«Non erano questi i patti, per Dio. E Nogaret?»

«Il franzuso vorrebbe portarlo a Parigi. Comincio ad avere dubbi sulla bontà del nostro operato.»

«Gli altri che dicono?»

«Che sarebbe opportuno liberarlo.»

«Ma come, prima ci adoperiamo per…»

«L’hai detto tu, non erano questi i patti.»

Il giorno dopo mio padre uscì di buon mattino, raccomandandoci di restare in casa fino al suo ritor-no. Poco dopo sentimmo tumulti e grida che ci fecero temere per la sua e la nostra sorte, ma quando i rumori cessarono tornò e ci disse di seguirlo. Arrivammo in piazza e per la prima volta vidi Boni-facio: dall’alto di un loggione ringraziava e benediceva i cittadini tutti per la sua liberazione. Non era per nulla ammantato da quell’aura di santità che avevo sempre pensato avvolgesse il Sommo Vi-cario di Cristo, non ravvidi un minimo di sacralità, in lui. Era solo un vecchio, stanco e provato da due giorni di angherie e privazioni.

Il Papa rimase ancora ad Anagni fino al venerdì, poi scortato da armati tornò a Roma, consegnando la sua e la mia città alla Storia.

FINE

***

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