“L’eco del passato”

di Alessandra D’Angella

Quando uscì di casa, sapevo bene che non lo avrei più visto.

Presa da una gelosia ossessiva, negli ultimi mesi lo avevo pedinato più volte, per trovare conferma ai miei dubbi nei baci furtivi che dispensava alla ragazza del bar del paese.

Lo scintillio che aveva negli occhi quando guardava quella donna, mi feriva nel profondo; la dolcezza del suo tocco mentre le passava le mani tra i capelli lunghi e biondi, mi lacerava l’anima; quel gesto, a me, non era toccato mai, e mi ero convinta del fatto che lei aveva saputo dare al mio Antonio ciò in cui io avevo fallito.

Non era la prima volta che mi tradiva, in fondo mi aveva sposato solo per i miei soldi, ma nemmeno tanta ricchezza era bastata ad accorciare le distanze tra noi.

Maturai, così, la consapevolezza di non essere amata e me ne rassegnai, ma al contempo mi pervase la stringente necessità di punire il misfatto, perché non si vociferasse più nel paese che la signora della casa arroccata sulla collina, fosse la “cornuta” a cui il marito aveva deciso impunemente di farla sotto il naso, senza che gli si restituisse il benservito.

Quella sera preparai la cena più succulenta che Antonio avesse mai mangiato e apparecchiai la tavola con impareggiabile dovizia, sull’ampio terrazzo affacciato sul mare.

Mangiammo in abbondanza e bevemmo il vino migliore della nostra cantina, abbandonandoci al tripudio di sapori offerto dalla tavola imbandita e lasciandoci carezzare dalla brezza marina.

Dopo cena Antonio si congedò dicendomi che sarebbe sceso al bar in paese per bere un digestivo con gli amici.

Non proferii parola, mi limitai a salutarlo con un dolce bacio sulla guancia.

Quando se ne fu andato, tornai in terrazzo e mi affacciai all’elegante balconata.

Attesi giusto il tempo che avviasse il motore e imboccasse, con la spavalderia tipica di chi ha il mondo in pugno, il ripidissimo sentiero in discesa tutto curve che porta al centro abitato.

Dopo poco udii il fischio stridulo dei freni manomessi, lo schianto contro il guard-rail, il fracasso dell’auto che rotolava giù per la scarpata fino a incontrare il suolo, quattrocento metri più sotto.

Mi servii del vino dalla bottiglia ancora in tavola, lo sorseggiai lentamente e rivolsi lo sguardo al cielo, riempiendomi gli occhi del buio della notte.

Poi mi sporsi dalla balconata e, mentre una lacrima mi rigava il volto, mi abbandonai al vuoto col pensiero che il passato avesse il sapore delle cose preziose.

I nostri corpi furono rinvenuti nei giorni seguenti, ma nessuno riuscì mai a comprendere cosa fosse accaduto, né a ricostruire la dinamica esatta degli eventi.

La casa sulla collina non fu mai più abitata, non lo consentii.

Ancora oggi mi aggiro per queste stanze logore e dal terrazzo che sovrasta il mare aperto, ascolto l’eco di un passato lontano che chiede di non essere dimenticato.

So che giammai sarò liberata dalla macchia che mi tiene prigioniera di una dimensione a metà tra cielo e terra, da cui non riesco a trapassare.

***

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L’eco del passato – Alessandra D’Angella – (Concorso Letterario #Ombra) – Lettera32 il Blog
“L’eco del passato”

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