“Eccola, è la Zucculara!”

Città: Benevento

di Elide Apice

“Ti ho detto mille volte che non ci devi andare al Triggio! Ma come devo fartelo capire che è pericoloso?”

La voce della mamma mi raggiungeva in camera mentre provavo ad aprire un libro e studiare, la mente persa dietro cose per me più importanti.

“E poi non lo sai che quello è il regno della Zucculara? Vuoi sfidare le streghe di Benevento? Lo sai cosa ti succede se le incontri per strada?”

Era così la mia mamma, nonostante i miei 14 anni, provava ad intimorirmi per impedirmi l’accesso in un rione che negli anni ’70 non era considerato sicuro e che invece mi affascinava con la sua aria di mistero, che trasudava dalle pietre degli antichi palazzi abbelliti con le statue e le colonne dell’antico Teatro Romano a pochi passi.
Mi ci recavo quasi ogni pomeriggio per raggiungere casa della mia compagna di banco che abitava proprio a di là del Triggio. Certo avrei potuto accontentare la mamma percorrendo la strada principale, ma di lì si accorciava di molto e poi potevo passare sotto le finestre di Andrea che non si era mai accorto di come mi battesse il cuore ogni volta che ci incontravamo davanti a scuola.
Bello, era bello Andrea, longobardo diceva la professoressa di storia, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, pronipote di chissà quale straniero arrivato secoli fa in città.
Una buona scusa per parlare di storia e dei 7000 anni di età di Benevento e ancora non si aveva idea delle sorprese che, di lì a 40 anni dopo, avrebbe riservato l’ipogeo del Duomo recuperato con mirabile lavoro di riscoperta.
Il Triggio lo avevamo conosciuto proprio grazie alla professoressa che, illuminata, ci aveva accompagnato alla scoperta del più antico rione, nato intorno all’incrocio di tre strade, regno delle streghe e cuore della città ai tempi dei romani.
Ed era stata una meravigliosa scoperta andare “a caccia” di statue antiche, di spezzoni di colonne incastonate nelle mura di case costruite su fondamenta romane, intorno la storia si respirava nell’aria: l’Abbazia dei Morticelli e le sue mille leggende, il Teatro con i suoi “grottoni” che erano state case abitate fino agli anni ’30 e poi, lì c’era la casa di Andrea, che ormai mi era entrato nell’anima.

Così, decisi di non far caso alle parole della mamma, cosa mai poteva succedermi?
Del resto attraversavo il Triggio nel primo pomeriggio e non tornavo mai a casa col buio.

“Va bene, farò così – mi dicevo – racconterò una bugia e continuerò ad attraversare il Triggio!”

E così fu, soprattutto quando anche Andrea si accorse di me e iniziammo a uscire insieme, nascondendoci alla vista di tutti proprio in quei vicoli, stretti e tortuosi come un labirinto.
Che bei pomeriggi, nell’aria l’odore della primavera che ormai stava arrivando, intorno il mistero e la forza della natura che si risvegliava da quel campo che solo decenni dopo sarebbe diventato “Giardino di Casa Pisani”.
Proprio dietro il rudere di quella casa, seduti, su una vecchia, traballante panchina di legno ci scoprivamo innamorati, ci stringevamo le mani, ci assaggiavamo con piccoli baci scoprendo le emozioni che frullano cuore e stomaco.

E fu lì che avvenne qualcosa di strano.

Un pomeriggio che ci era sembrato tanto breve da sfociare subito nella sera, ci fece scoprire, al buio, che il tepore del pomeriggio si era trasformato in un vento gelido e anomalo per essere fine aprile, intorno l’aria era diventata immobile.
Da lontano sentimmo un rumore come lo scalpiccio di zoccoli di cavallo, ci voltammo sulla destra per vedere cosa stesse succedendo, ma nulla si muoveva all’orizzonte, nonostante il vento che ci investiva, ma che stranamente lasciava immobili i rami degli alberi.
Ci guardammo negli occhi impauriti, provammo ad alzarci per scappare, ma una forza misteriosa ci teneva bloccati alla panchina… eravamo in attesa, ma non sapevamo cosa aspettarci.

Poi ci apparve lei, alta, vestita di nero, con un velo anch’esso scuro a coprirle i capelli che immaginammo grigi, un paio di zoccoli di legno ai piedi.
Il vento si placò come per un incantesimo, pensammo che fosse capace di dominare gli elementi della natura.
Ci guardò, la guardammo, smettemmo di tremare, ci parlò.
No, non ci parlò, non le vedemmo muovere le labbra, ma sentimmo nella mente le sue parole.

“Siete giovani e belli e avete tutta la vita avanti a voi. Sarà lunga, felice e serena. Ognuno per la sua strada!” Scomparve.

Fu come se ci svegliassimo da un lungo sonno, intorno il buio di una tiepida sera di primavera, i lampioni accesi ci indicarono l’ora, scappai per arrivare in casa in tempo per evitare le urla di mia madre, lui mi lasciò scappare.
Non pensammo più a quanto ci era successo e nemmeno ne parlammo come se ognuno di noi avesse fatto un sogno in cui l’altro era assente.

Arrivò maggio e poi giugno, la fine della scuola, Andrea mi disse che a ottobre avrebbe cambiato istituto.

“Troppo difficile per me il ginnasio, voglio provare un’altra scuola!”

E così, come finiscono gli amori giovani, finì quella nostra storia appena sbocciata.
Nessuno se ne fece cruccio, ognuno tornò alla sua vita e trovò nuovi amori.
Ora che sono passati tanti anni, ogni tanto penso a quella sera e non so darmi spiegazioni, però la Zucculara ha avuto ragione, la mia vita lontana da quella di Andrea mi ha portato tanta felicità e non ho motivo di pensare che non potrà essere così anche per gli anni a venire.

***

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Scritti a Mano – Racconta la tua città – Benevento – Elide Apice- Lettera 32 Il Blog
#Scritti a mano Racconta la tua città – Elide Apice Foto (Villa Pisani)
“Eccola, è la Zucculara!”

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